La pelle come pagina: estetica e identità secondo REMS & EDWART

Più che tatuatori, REMS ed Edwart sono sarti dell’immaginario: costruiscono estetiche, raccontano storie, plasmano identità. In questa intervista si raccontano come duo creativo nato dalla musica e cresciuto nella cultura visiva contemporanea, tra tattoo, art direction e progetti indipendenti. Dalla collaborazione con artisti come Shiva alla nascita del collettivo RAGAZI, ci parlano di rispetto per il corpo, ricerca di autenticità e potere del gesto visivo. Perché il tatuaggio, per loro, non è un disegno: è un modo di essere.

Negli ultimi anni avete visto cambiare il modo in cui le persone si avvicinano al tatuaggio. Cosa è successo e come si inserisce il vostro approccio in questo cambiamento?

Abbiamo vissuto un’epoca in cui il tatuaggio era dominato dall’ego. La gente entrava con l’idea fissa: “Voglio questo. Se non me lo fai, me ne vado.” E anche se i soggetti non avevano alcun senso, né estetico né personale, venivano comunque fatti. Ma così perdi il rispetto per il processo. Perché non tutti i soggetti vanno bene per chiunque.

Noi vediamo il tatuaggio come un abito sartoriale. Se vai da un sarto e chiedi un colore che ti spegne, lui ti ferma. Fa parte del lavoro dirti cosa ti sta bene davvero. E vale anche per noi: adattiamo il disegno alla persona, al corpo, all’identità. Perché l’obiettivo non è accontentare, ma valorizzare.

Vi ascoltano quando consigliate qualcosa?

Dipende da chi abbiamo davanti. Shiva, adesempio, ha un gusto grezzo, ruvido. Vuole tatuaggi che sembrino “sbagliati”, come quelli da galera. E con lui lavoriamo più di pancia, meno rifiniti, ma d’impatto.

Altri invece vogliono il pezzo perfetto, super curato. Ma in generale sì, ci ascoltano. Perché alla base c’è fiducia, rispetto reciproco. Chi si affida a noi lo fa perché sa che lavoriamo per valorizzare, non per imporre.

Lavorate anche su tatuaggi preesistenti?

Assolutamente. Negli ultimi due anni, è diventata una parte centrale del nostro lavoro. Molti artisti vogliono sistemare tatuaggi vecchi, stili superati o semplicemente che non li rappresentano più.

Noi abbiamo sviluppato un metodo per armonizzarli: facciamo dialogare flash diversi, anche se sono nati in contesti lontani. È un lavoro di composizione e rispetto. E sai cosa? Per molti è anche più emozionante vedere il proprio corpo trasformarsi gradualmente, che farsi un tatuaggio nuovo da zero.

Quanto conta il dialogo con la persona prima ancora di parlare del tatuaggio?

Conta tantissimo. È lì che nasce tutto. Noi veniamo dal mondo della musica, da prima che esplodesse la scena trap. Quindi con gli artisti parliamo la stessa lingua, abbiamo lo stesso immaginario. Non dobbiamo “tradurci”.

La parte “tecnica” del tatuaggio, il momento in cui disegni, è il 10% del tempo. Il resto è confronto su estetica, su visione artistica, su cosa vogliono raccontare. Il tattoo arriva dopo, come conseguenza.

E poi lavoriamo molto sull’istinto. Non arriviamo con il disegno pronto. Ci si incontra, si parla, si buttano giù cinque idee e si osservano le reazioni. Lo capiamo subito quando un’idea è quella giusta:

 cambia la faccia, cambia l’energia. E da lì nasce tutto.

Quanti anni avete?

28 e 31. Abbastanza per essere giovani, ma con un bel po’ di strada alle spalle. Siamo cresciuti più in studi musicali che in studi tattoo. Con la musica in cuffia, non con la macchinetta in mano. Il tatuaggio è arrivato quasi per caso, ma a guardar bene era già tutto lì. Da piccoli disegnavamo sempre, anche gli altri bambini. Ci chiamavano i “matti che fanno i ritratti”. 

Quando in Italia è esplosa la trap, noi stavamo già lavorando con quello stesso spirito. La musica ha cambiato le regole, e anche il nostro lavoro ha trovato un nuovo spazio. Oggi il 40% del nostro tempo lo dedichiamo alla direzione creativa: copertine, visual, concept. È un lavoro che facevamo già prima di tatuare. Il tattoo ci ha dato metodo, disciplina. Devi pensare in fretta, proporre un’idea, e farla diventare qualcosa che resterà sulla pelle per sempre.

Come avete sviluppato uno stile così riconoscibile?

All’inizio copi, come tutti. Guardi i grandi, ti fai ispirare. Poi arriva il momento in cui decidi: o divento qualcuno che rifà, oppure creo qualcosa che sia solo mio. Negli anni abbiamo proposto soggetti che poi sono diventati veri e propri generi. Ad esempio, i tatuaggi cromati: anni fa li facevano in pochi, oggi sono un trend mondiale. E sapere che quel seme l’abbiamo piantato anche noi è pazzesco. Certo, all’inizio ti viene l’istinto di arrabbiarti quando qualcuno ti copia. Ma poi capisci che stai contribuendo a un immaginario collettivo. Non è più solo “tuo”, diventa linguaggio. E questo è bellissimo. Non è solo un disegno, è un messaggio.
Noi non stiamo disegnando per una parete. Lo facciamo per un corpo. È una responsabilità. Ma anche se non siamo noi a tatuare, possiamo trovare l’idea, il cliente, il fotografo, e costruire un’estetica. È quello che fa un direttore creativo. Oggi lavoriamo anche con altri materiali: gioielli, vestiti, oggetti. Abbiamo creato RAGAZZI, che è un collettivo ma anche un’identità visiva. Per ora è un progetto friends & family, ma crescerà. Niente hype, niente drop forzati. Tre pezzi l’anno, ma giusti.

Perché “RAGAZI”?

Eravamo a Los Angeles. Un designer ci ha sentito parlare e ha detto “Ragazi” con la “z” bella marcata. Ci ha fatto ridere, ci è rimasto. Suonava bene. È diretto, vero, non ha bisogno di spiegazioni. E poi rappresenta chi siamo: prima di tutto amici. Nel gruppo siamo noi due e Smeri. Ognuno ha un ruolo diverso: Edwart ha l’intuito creativo, Smeri è più imprenditoriale, con uno stile chicano pazzesco. Io (REMS) tengo insieme le cose: project manager, stratega, motivatore.

Vi capita di dire “no” a un progetto?

Sempre di più. Abbiamo imparato che non tutto vale la pena. Anche un lavoro grande, se non ci rappresenta, lo lasciamo andare. Meglio niente, che qualcosa in cui non credi. È rispetto per noi stessi, ma anche per il cliente. 

Com’è la percezione del tatuaggio in Italia?

Sta cambiando, ma il pregiudizio c’è ancora. Se hai tatuaggi in faccia, vieni giudicato. Anche solo al supermercato. All’estero è già superato, qui no. Per questo ci presentiamo sempre con rispetto, educazione. Perché stiamo rompendo uno schema. 

Come vi definireste oggi?

Dire “tatuatori” non basta. È riduttivo. Forse ci presentiamo così: “Ciao, siamo REMS ed Edwart.” E basta. Il resto si vede.

Come definireste l’un l’altro:

REMS su Edwart:
Creativo, visionario. Trova ispirazione ovunque. Quando lavora entra nel suo mondo. Ma quello che tira fuori, è sempre fuori scala.

Edwart su REMS:
È il nostro baricentro. Unisce il caos con la visione. Ha quella lucidità che serve per tenere i piedi per terra e le idee in aria.

Cosa vi piacerebbe che restasse del vostro lavoro?

Un’estetica. Un modo di fare. Una firma invisibile. Che tra dieci anni, vedendo una roba nostra, anche senza sapere chi l’ha fatta, qualcuno dica:
“Questa è dei ragazzi.”