Gaetano di Dio, l’artista che costrusice l’eterno

Istantanea by Gaetano di Dio
Gaetano Di Dio, l’artista che costruisce l’eternità in un tempo che dimentica
Milano, primi di luglio. Fuori l’asfalto cuoce, l’aria è densa, rallentata dal caldo. Ma dentro lo studio di Parallelia tutto vibra: si respira leggerezza, movimento, idee fresche che passano di mente in mente come brezze improvvise. Attorno a me, giovani creativi lavorano in silenzio, concentrati, ma con quella scintilla negli occhi che dice che qualcosa sta nascendo. Gaetano Di Dio mi accoglie con un sorriso e un caffè. Parliamo di arte, di design, di tecnologia, ma soprattutto di tempo: quello che corre troppo in fretta e quello che, con le sue opere, Gaetano prova a rallentare. PAX, The Last Call, Istantanea non sono semplici lavori visivi, ma tentativi lucidi di farci riflettere. Un’intervista che esplora il valore della lentezza, il coraggio della presa di posizione e la voglia di lasciare una traccia in un presente che tende a dimenticare.
Sei cresciuto in una famiglia di artisti. Quanto ha influenzato la tua visione dell’arte? Moltissimo. Mio padre ha sempre dipinto, mentre mia madre, da scultrice, realizzava enormi opere in legno. Col tempo si è avvicinata sempre più al dettaglio, specializzandosi nei cammei. Io sono cresciuto immerso nell’arte. Fin da piccolo passavo ore nei loro laboratori, anche solo osservando in silenzio. A casa nostra ci sono opere ovunque. Questa esposizione continua mi ha formato uno sguardo sensibile, un senso estetico profondo. L’arte, in fondo, è proprio questo: richiede sensibilità. Sia quando la si crea, sia quando la si osserva. È un modo personale e profondo di guardare il mondo.
Tua madre ha scelto di focalizzarsi sul dettaglio. Tu invece sembri voler abbracciare molte direzioni. Hai mai sentito il bisogno di concentrarti su una sola attività? No, mi piace il mio dualismo. L’arte, per me, è uno sfogo personale. Il design, invece, è un lavoro. Quando progetto come designer, devo immedesimarmi negli altri, capire cosa può piacere al pubblico. Non posso ragionare solo in termini di gusto personale. Nel design il mercato viene prima dell’oggetto. Nell’arte accade il contrario: ascolto solo me stesso. Non cerco approvazione.
Il design oggi sembra richiedere sempre qualcosa di nuovo, sorprendente. Come vivi questa pressione? È una pressione che sento molto, soprattutto sul fronte tecnologico. Ed è proprio da lì che nasce Parallelia. Il progresso corre a una velocità talmente alta che fa quasi paura. Puoi imparare per tutta la vita, ma non a questo passo. Forse ora riesco a stare dietro a tutto, ma mi chiedo se sarà sempre così. Parallelia è nata proprio da questa esigenza: essere innovatori senza rimanere travolti. Dall’altro lato, però, continuo a lavorare anche manualmente, in fabbrica, sulle macchine. Questo equilibrio tra artigianalità e innovazione mi equilibria e mi definisce.
Che ruolo ha l’intelligenza artificiale nella tua creatività? La considero uno strumento. Vent’anni fa non esisteva nemmeno Photoshop, e quando è arrivato fu criticatissimo da fotografi e designer. Oggi è uno standard. Con l’IA sta accadendo la stessa cosa. Non sostituisce la creatività umana, ma ne amplia le possibilità. Alla base di tutto resta sempre il pensiero umano: è ciò che conta davvero. Puoi usare qualsiasi strumento, ma senza l’intuizione, senza la visione, non esce nulla. E serve comunque la mano dell’uomo.
Nelle tue opere emerge un forte messaggio politico. Penso a The Last Call, in cui Gesù è un robot, o alla recente PAX, che parla apertamente di guerra e libertà. Quando hai sentito l’urgenza di esprimere questi temi? Non è stata un’esigenza artistica, ma umana. In questo periodo mi sento impotente. Assistiamo a ciò che accade nel mondo, guerre, tensioni, senza poter fare nulla. Mi sono sentito come una pedina senza voce. Poi ho capito che con l’arte potevo parlare. Un’opera viaggia nel tempo, oltre i confini dell’attualità. Può far riflettere. In Istantanea, ad esempio, ho voluto congelare il mondo in un solo istante. Ho inserito una donna incinta, simbolo della vita; un albero, radice della natura; guerre, incidenti, tribù indigene. L’obiettivo era uno solo: costringere chi guarda a fermarsi. E oggi fermarsi è rarissimo. Solo nella quiete si può davvero comprendere.
Hai dimostrato grande coraggio nel tuo modo di fare arte. C’è qualcosa che non hai ancora avuto il coraggio di fare? No, non direi. Ci sono idee che richiedono investimenti economici importanti, quello sì. Sono uno che sogna in grande: The Last Call è un’opera lunga venti metri. Oggi i limiti non sono creativi, ma pratici. Se ho qualcosa da dire, anche se scomodo o provocatorio, lo dirò comunque.
Da dove nasce questa tua attitudine a pensare in grande, senza confini? Penso ancora una volta a mia madre. Anche lei, all’inizio, realizzava opere enormi, poi si è focalizzata sul dettaglio. Io, in questo momento, sento il bisogno di creare cose grandi. Non solo in senso fisico, ma anche simbolico. Le opere di grande scala hanno un impatto più forte. Poi magari anch’io farò il percorso inverso e realizzerò opere microscopiche… perché no?
Viviamo nell’epoca dell’istantaneità. Tutto si consuma in un attimo. Come ti rapporti a questo? La frenesia della pubblicazione non fa parte di me. Per completare The Last Call ci ho messo un anno. Non avevo fretta. Un tempo le campagne pubblicitarie duravano mesi. Oggi tutto si consuma in un giorno. Il contenuto di oggi viene dimenticato domani. Io voglio che le mie opere resistano al tempo. Voglio che si prendano lo spazio che meritano.
Pensi che ti potrai mai stancare di fare arte? Mai. L’arte è un’esigenza. È lo spazio in cui posso esprimermi liberamente. È la mia traccia, il mio passaggio su questa Terra e continuerò a farla fino alla fine.
