BAIS: “Radical Pop” è il manifesto sonoro di una generazione che balla sull’incertezza
Il cantautore e polistrumentista BAIS torna con Radical Pop, un album che ribalta le regole del pop con eleganza e ironia. Dodici tracce che raccontano la sua generazione tra ansia, ricerca di senso e un sound che fonde nostalgia e futuro. Lo abbiamo incontrato per parlare di musica, identità, copertine sonore e scarpe che lasciano il segno.
Con Radical Pop, BAIS firma il suo progetto più consapevole e sperimentale: un album che è al tempo stesso riflessione e liberazione, club immaginario e spazio emotivo condiviso. In questa intervista ci racconta la genesi del disco, il lavoro in studio con Carlo Corbellini (Post Nebbia), il bisogno di sentirsi parte di qualcosa e una generazione sospesa tra adolescenza eterna e adultità incerta. E poi scarpe, cinema, Milano e i sogni da realizzare – anche quelli con Damon Albarn.
Partiamo dal titolo del tuo nuovo album, Radical Pop. È un titolo ironico, spigoloso: da dove nasce?
Sì, volevo un titolo deciso, anche un po’ sfrontato e spigoloso. In realtà è nato per gioco: avevo mandato al mio manager un video in studio, durante la produzione del disco, e avevo scritto “Radical Pop” per dire “stiamo facendo cose radicali”. Quel nome è rimasto subito impresso e lui mi ha detto: “Sarebbe il titolo perfetto”. Dopo mesi di indecisione, abbiamo preso coscienza che fosse il giusto titolo. Mi piaceva anche perché è un ossimoro: riflette bene l’ambiguità e i contrasti presenti nel disco, sia a livello di suoni che di parole.
Questo disco segna una nuova fase del tuo percorso musicale. Cosa rappresenta per te?
Sono molto contento, anzi, orgoglioso di questo disco. È sicuramente la cosa di cui vado più fiero finora. È il primo lavoro che sento davvero come un album completo.
Cosa cambia rispetto ai tuoi lavori precedenti?
La cosa determinante è stata lavorare con unasola persona, Carlo Corbellini. Il suo approccio alla produzione è stato fondamentale per distaccarmi dalle sonorità precedenti. Non rinnego ciò che ho fatto prima, ma questo mi sembra uno sviluppo naturale, più maturo.
Hai toccato temi intimi come l’ansia generazionale e la ricerca di sé. Com’è stato il processo creativo?
Le canzoni sono nate in momenti diversi: alcune le ho scritte tra due anni fa e l’anno scorso, altre sono ancora più vecchie e non erano entrate nei dischi precedenti. La scrittura è avvenuta in luoghi diversi, con persone diverse, ma la fase più determinante è stata la produzione. È lì che il disco ha preso davvero forma. Prima erano solo canzoni pop, il “radical” è arrivato dopo, in studio.
Com’è stato il lavoro con Carlo Corbellini?
È stato un vero ping-pong creativo. Abbiamo suonato entrambi strumenti diversi e ci siamo concentrati solo sul fare le cose che ci piacevano, senza compromessi o strategie.
Il titolo stesso, Radical Pop, sfida le convenzioni. Cosa significa per te farlo, oggi, nel panorama pop italiano?
Vuol dire non precludersi scelte artistiche per paura di essere troppo “qualcosa”. Spesso in Italia si pensa “questa cosa suona troppo come X”, oppure “questa produzione non funzionerebbe in radio”. Secondo me, bisogna anche fare delle scelte sbagliate per non rendere tutto troppo piatto e prevedibile.
Nel disco parli anche di un “club che non esiste”. Cosa rappresenta questa immagine per te?
È una metafora per descrivere il mio bisogno di appartenenza. Nei testi c’è la sensazione di far parte di una generazione con l’ansia del futuro, che non trova uno spazio o una stabilità. Il club che non esiste è un luogo simbolico, un punto d’incontro non fisico, ma emotivo. È un’immagine rarefatta, ma con una speranza concreta.
Tu sei del ’93, quindi millennial. Ma ti senti più vicino alla Gen Z o alla tua generazione?
Mi sento uno “zio millennial”. Cerco di non pensarci troppo, ma è vero: siamo una generazione di passaggio. A trent’anni ci sentiamo ancora adolescenti, ma in realtà siamo adulti e nessuno ci ha mai spiegato come diventarlo. Anche nel disco si sente questa tensione: da un lato l’adolescenza che non vuole finire, dall’altro l’adulto che si affaccia sul mondo.
La collaborazione con Gio Pastori per l’artwork dell’album com’è nata?
L’ho conosciuto a una cena da un amico. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto collaborare con lui, poi ci siamo persi di vista per un po’, finché non è arrivato il momento di pensare alla copertina del disco. Gli ho fatto ascoltare tutto, lui si è immerso davvero nell’immaginario e mi ha proposto varie idee. Alla fine siamo rimasti sulla scarpa: è un’immagine d’impatto, quasi sonora, come un tacco che batte sul pavimento.
Tre luoghi a Milano dove ti senti a casa?
Uno era la Trattoria dalla Lina Orsolina, un posto incredibile dove ho festeggiato compleanni e release party, ma purtroppo non c’è più. Poi direi Love, dove ho passato bellissime serate, e Pizzeria Oceania, che è un posto super radical pop: un ritmo tutto suo, lontano dalla Milano pettinata.
Al di là della musica, quali altre arti ti appassionano?
Mi piace molto il basket, ogni mattina guardo gli highlights NBA a colazione. E ovviamente il cinema: mi piacciono registi come Paul Thomas Anderson, Leos Carax (Les Amants du Pont-Neuf è uno dei miei film preferiti), Stanley Kubrick e anche Nanni Moretti.
Chiudiamo con un bilancio: come ti senti rispetto alla tua crescita musicale da Apnea a Radical Pop?
Non sono uno che si dà pacche sulle spalle da solo, ma se guardo indietro sono contento. Forse oggi farei alcune cose in modo diverso, ma Apnea era necessario per arrivare a Radical Pop. È stato tutto parte del viaggio, ed è giusto così.
Collaborazioni dei sogni?
Te ne dico tre: Verdena, Mac DeMarco, e Damon Albarn. Magari anche tutti insieme… sarebbe bellissimo.
