AMALFITANO E LA FINE COME RINASCITA: l’intervista
Il nuovo album del cantautore romano è un viaggio tra dolore, trasformazione e luce. Dodici tracce per riscoprire che la fine non è una perdita, ma un modo diverso di restare vivi.
“Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amo e è” il titolo del nuovo disco di Amalfitano, uscito il 24 ottobre, è già un racconto: un atto di resistenza, un ritorno alla vita, una dichiarazione poetica sul potere rigenerante dell’amore.
Amalfitano in quest’album, ci parla di perdita e di dolore, e decide di farlo in chiave quasi positivistica. Decide di discostarsi dall’idea che la perdita possa avere solo valenza negativa nella vita, egli l’accoglie semplicemente così com’è, come la fine di qualcosa.
“C’è un filo sottile che passa tra le varie canzoni e che in qualche modo le unisce: quello dell’amore come elemento fondamentale: quello dell’amore come elemento fondamentale, che rende la voglia di vivere simile a una bomba sempre pronta ad esplodere dentro di noi.”
Ogni cosa se inzuppata d’amore è come se perdesse il suo significato originale, e quindi forse anche il dolore non c’è mai stato.
E in effetti, il disco è un inno alla trasformazione: dodici brani che si muovono tra rock anni ’70, cantautorato italiano e visioni cinematografiche, dove ogni traccia è una tappa di una geologia emotiva personale e universale insieme.
Dall’energia contagiosa di Mille volte sì alla delicatezza di Cosa dolce, passando per L’Iliade e la struggente Vai a costruire le campane, dedicata al figlio, Amalfitano costruisce un mondo sonoro fatto di materia viva, in cui tutto scorre, tutto si trasforma, tutto cambia forma senza mai morire davvero.
Artista visivo oltre che musicista, Amalfitano fa dialogare suono e immagine come due piani dello stesso linguaggio: i disegni che accompagnano l’album, realizzati nei suoi quaderni di viaggio, diventano estensioni del pensiero musicale, appunti di un universo in continua espansione.

Noi di KULT abbiamo avuto l’occasione di potergli fare qualche domanda:
Il titolo del disco è già un racconto: “Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è” suona come una rinascita. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito di “tornare”, artisticamente o umanamente?
Sì, perché a un certo punto qualcosa nella mia vita è cambiato; ma anche no, perché le rinascite, così come le cadute, sono geologiche per me, rimane sempre sotto di noi lo strato che abbiamo vissuto prima. Alla fine, la vita come la geologia è trasformazione della materia.
Nel disco parli di fine, ma in modo positivo. In un’epoca in cui tutti temono la perdita, tu scegli di celebrarla come possibilità. Come si impara a guardare la fine senza paura?
“La fine è parte di un processo, è un riinizio”, ci racconta Amalfitano nell’intervista con KULT. “Perché per ogni cosa bella che finisce si vive la novità del dolore. Ma anche quel dolore finirà e allora perché non celebrarla, la fine?”
La tua scrittura è viscerale, ma anche piena di immagini poetiche. C’è una canzone del disco che senti come una sorta di manifesto della tua poetica?
Un po’ tutte, ma forse “Vai a costruire le campane” adesso per me è una canzone importante. È un consiglio a mio figlio a vivere la vita fino al midollo, anche a costo di fare cose assurde come costruire cose sacre, come le campane o una canzone. Ispirata da un libro su Ulisse e un film di Tarkovskij, è un consiglio-nave che lo possa portare ovunque, una metafora per dirgli di amare la vita sempre.
Dal rock anni ’70 alla canzone d’autore italiana, il tuo suono è una fusione di mondi. Qual è la tua idea di “modernità” nella musica oggi, e dove pensi si collochi la tua voce dentro questo panorama?
Per me la modernità è un rimescolamento dei saperi e delle arti, è una wünderkammer, una stanza delle meraviglie rinascimentale dove poter vedere e rimaneggiare le scoperte e le invenzioni stilistiche. Esistono momenti in cui “nascono linguaggi”, sono eventi, non sono il naturale processo di produzione artistica.
L’amore è la chiave del disco, ma non sembra un amore romantico. Che tipo di amore ti ha riportato indietro da quei “15 giorni di morte”?
L’amore per la vita che cambia.
