Rick Owens: il santuario nascosto a Venezia
Dentro la casa veneziana di Rick Owens, dove il rigore diventa modo di vivere
Rick Owens ha trasformato un attico sul Lido di Venezia in un rifugio che non ha nulla dell’idea tradizionale di casa. È un ambiente costruito come un manifesto: pietra bianca siciliana, onice scuro, volumi rigorosi, superfici nude che sembrano scolpite più dalla disciplina che dall’arredo. Qui non esiste il comfort; esiste la concentrazione. Owens usa lo spazio come un allenamento mentale, un metodo per liberare ogni gesto dal superfluo. È un ascetismo contemporaneo, un’idea di abitare che richiede rigore e allo stesso tempo lo genera.
In questo scenario di essenzialità assoluta si inseriscono i busti futuristi di Thayaht e Bertelli. Owens li considera “teschi”, presenze che non decorano ma ammoniscono. Sono memento mori, richiami alla mortalità, alla fragilità del corpo e delle utopie. Le opere del Futurismo, movimento nato con un’energia visionaria e finito per contraddirsi, gli servono come simboli morali: ricordano che ogni idea, anche la più brillante, può degenerare. Queste figure vegliano sullo spazio, lo caricano di una tensione rituale, lo trasformano in una sorta di tempio laico della consapevolezza.
In mezzo alla laguna, nella città barocca per eccellenza, Owens costruisce un contropunto radicale. Nessuna concessione all’ornamento, nessun dialogo nostalgico con il contesto: solo un rigore netto, un silenzio affilato che si contrappone alla delicatezza acquatica di Venezia. La sua casa non è un nido né un rifugio emotivo: è un monolite interiore, un luogo che ti mette a fuoco, che ti costringe a stare dentro te stesso senza distrazioni. Per Owens, abitare è un atto etico prima che estetico.
La casa non consola: allinea.
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