Emili Kasa: raccontare i vent’anni tra fame emotiva e risvegli difficili

Anticipato dai singoli “ELODIE” e “Pita Gyros”, “Kalimera” è il primo EP di Emili Kasa, disponibile su tutte le piattaforme digitali. Un progetto che racconta una generazione sospesa tra sogni interrotti e realtà sempre più veloci, partendo da uno dei momenti più fragili della giornata: il risveglio.

Kalimera , “buongiorno” in greco, non è un augurio, ma un atto di coraggio. È l’aprire gli occhi anche quando non si è pronti, accettare che qualcosa manchi ancora. Un EP che nasce da una fame emotiva, relazionale e identitaria, raccontata con un sound delicato ed essenziale, curato da Pablo America, che cresce piano fino a esplodere.

Classe 2005, cresciuta a Monte Urano e con radici greche e albanesi, Emili Kasa mette al centro la vulnerabilità dei vent’anni, intrecciando quotidianità e introspezione. In occasione dell’uscita di Kalimera, abbiamo scambiato qualche parola con lei per farci raccontare cosa significa crescere senza un manuale di istruzioni.

In Kalimera si sente tanta fame emotiva: oggi hai più fame o più paura di non trovare quello che cerchi?
La fame è rimasta, forse è anche aumentata. Vivo di emozioni e mi lascio travolgere. Non credo di avere paura di non trovare qualcosa, perché in realtà non sto cercando niente: sto solo raccontando parti di me, sperando che chi ascolta si senta meno solo.

“Elodie” è molto intimo, “Pita Gyros” più quotidiano: ti senti più a tuo agio nel profondo o nel semplice?
Scrivere per me è come andare dalla psicologa. Parto da dettagli anche superficiali e poi finisco sempre per andare a fondo. È un flusso spontaneo, non riesco a separare le due cose.

Hai solo 20 anni ma sembri avere già molta consapevolezza: ti senti avanti o in ritardo rispetto alla tua età?
Non lo so neanche io. A volte mi sento avanti, altre una bambina. I vent’anni sono un limbo: sei adulto, ma ti senti ancora adolescente.

Racconti una generazione che corre veloce: tu riesci a stare al passo o ogni tanto ti fermi apposta?
Mi fermo. Ne ho bisogno, altrimenti impazzirei. Va tutto troppo veloce e ogni tanto serve fermarsi e fare un resoconto.

Quando ti senti più persa, scrivere ti aiuta o ti confonde?
All’inizio crea caos, perché tiro fuori cose difficili da dire a parole. Ma dopo, quando ho scritto tutto,

 mi sento leggera.

Le tue radici greche e albanesi quanto influenzano la tua musica?
Tantissimo. In casa mia le culture si sono sempre mescolate con naturalezza, ed è successo lo stesso con la musica. Non è una scelta, è qualcosa che viene spontaneo.

La voce di tua madre torna spesso nel tuo immaginario: quanto è ancora una guida per te?
È fondamentale. Ho continuato a fare musica grazie a lei, che non ha mai smesso di credere in me. Spero un giorno di poterla ripagare di tutto.

Qual è la cosa più KULT che hai fatto quest’anno?
Il giorno in cui è uscito l’EP sono partita per Londra con un biglietto di sola andata. Dopo mesi intensissimi, avevo bisogno di fermarmi… ma andando lontano.