Tra lucidità e autodistruzione: Sano si racconta senza filtri

Tra lucidità e autodistruzione, un racconto intimo che attraversa Napoli, i vent’anni e il bisogno di fare ordine dentro il caos.

Il 14 novembre segna un momento chiave nel percorso di Opopomoz, che pubblica il suo disco d’esordio, un progetto intimo e stratificato che mette al centro il caos emotivo dei vent’anni, la rabbia, la lucidità e il bisogno costante di dare una forma al proprio mondo interiore.

Il disco nasce come uno spazio di riflessione personale, dove convivono emozioni contrastanti, autodistruzione e consapevolezza, senza gerarchie né risposte definitive. Napoli è una presenza viva, non come cartolina ma come ambiente reale, vissuto, a tratti doloroso, che entra naturalmente nella scrittura.

Abbiamo avuto l’occasione di parlarne direttamente con lui, tra riflessioni profonde e immagini lucidissime, per capire cosa c’è davvero dietro questo primo passo solista.

Nelle tue canzoni convivono lucidità e autodistruzione. Qual è il sentimento che ha guidato più degli altri la scrittura di questo disco?
Secondo me è la lucidità dell’autodistruzione, un cinismo romanticizzato anche. Per me non c’è una gerarchia emotiva, c’è una specie di coesistenza di forze che non si parlano quasi mai ma si completano. Ed è proprio questo gioco tra emozioni e sentimenti che ha dato senso all’album.

Parli spesso dell’esigenza di “fare ordine” nella tua arte. Cos’è che oggi senti di aver capito, o accettato, di te stesso?
Quando parlo di “fare ordine” intendo soprattutto un bisogno di centrarmi, di dare una forma concreta a quello che sento e penso. Può diventare una canzone, un disegno, qualsiasi cosa che renda tangibile quel caos. Nel tempo ho capito e accettato che ho aspettative molto precise verso me stesso, che spesso non coincidono con criteri condivisi o standard collettivi. Sono parametri miei, personali, e ogni volta che creo devo fare i conti con questa distanza.

Napoli, nel disco, è un personaggio vivo: una città che ti abita e che racconti in 4K. Cosa hai preso da lei e cosa, invece, sei tu a restituirle attraverso queste canzoni?
Napoli entra nelle canzoni non perché la voglia rappresentare, ma perché non posso farne a meno. Quelle che racconto sono tutte cose successe in città. Da lei ho preso gli spazi, gli ambienti. Non so se ho qualcosa da restituirle, o se ci riesco davvero con il mio lavoro: forse un modo diverso di raccontarla, non come cartolina, ma come processo creativo vivo, scostante e a volte doloroso.

Racconti i vent’anni come un’esplosione continua. C’è un’emozione che ti ha guidato più delle altre nella scrittura dell’album?
Sì, la rabbia. È lei che mi guida nella scrittura, anche se può non percepirsi perché cerco sempre di sublimarla, di farla arrivare altrove.

Questo è il tuo primo vero progetto solista, dopo l’esperienza collettiva dei Thru Collected. Cosa hai scoperto della tua voce, letteralmente e simbolicamente, lavorando solo con il tuo “io”?
Ho scoperto che fare una canzone da solo vuol dire portare un discorso a termine in modo diverso. Non per forza in maniera ermetica come facevo prima. Ho scritto tanto, cercando però di preservare la mia intenzione, allungandola senza snaturarla. Con la voce si può fare tutto: è una questione di percezione di sé, di decisioni e di visione a lungo termine.

Portare questo disco dal vivo significa dare un corpo alle canzoni. Che atmosfera vuoi creare nei concerti e cosa speri che il pubblico porti a casa?
Mi diverte creare un’atmosfera distopica, ironica e un po’ inaccessibile. Mi piace entrare in contatto con le persone, ma anche lasciare spazio all’ambiguità: non è sempre chiaro se mi sto divertendo, se sono concentrato o se sto semplicemente vivendo il momento. Voglio rompere la terza parete e lasciare a ognuno la propria interpretazione. Quello che spero è una risposta: nel mio caso, una risposta del pubblico che mi aiuti a evolvermi e continuare il mio percorso.