Fudasca torna con “Infami”

Fudasca torna con “Infami”, il nuovo singolo uscito venerdì 30 gennaio su tutte le piattaforme digitali per Warner Records. Al suo fianco Ketama126, Side Baby e Close Listen, per un brano diretto e potente che segna un nuovo passaggio nel percorso del producer e songwriter romano.

Dopo un 2025 ricco di successi, dalla partecipazione al SXSW di Austin alla produzione di album centrali per la scena italiana come Non guardare giù di Tredici Pietro e i recenti lavori di Mecna, Fudasca sceglie di tornare all’essenza del rap come strumento di racconto e testimonianza.

Ispirato all’immaginario del film L’odio, “Infami” è uno spaccato della Roma contemporanea, una città in cui disagi e malumori risuonano con forza amplificata. Le rime autentiche e viscerali di Ketama126 e Side Baby si muovono su una produzione stratificata e oscura, firmata da Fudasca insiemea Close Listen, in cui lo-fi e hip hop si fondono in un equilibrio teso ma efficace.

A completare questo nuovo capitolo arriva anche la partecipazione di Fudasca alla serata cover di Sanremo 2026, al fianco di Tredici Pietro e Galeffi, portando una visione urbana e contemporanea sul palco dell’Ariston.

Con “Infami”, Fudasca riafferma la propria direzione artistica, restituendo al rap la sua anima più cruda e consapevole.

Noi di Kult Magazine abbiamo potuto fargli qualche domanda

Il pezzo è ispirato all’immaginario de L’odio: cosa ti affascina ancora oggi di quel tipo di rabbia urbana e perché senti che parla così bene alla Roma di adesso?

Più che “affascinarmi”, sento che mi è affine. Mi rispecchio, e ci rispecchiamo molto, nell’invisibilità dei protagonisti de L’odio e nella rabbia che questa può suscitare. Secondo me è uno specchio fedele della società dei consumi in cui viviamo: ci sentiamo pieni di necessità, ma abbandonati e non visti. La logica conseguenza è una sorta di anarchia interna che va contro tutto ciò che rappresenta la presenza autoritaria di qualcosa che, in realtà, non c’è. Roma è semplicemente il posto in cui siamo immersi e quello che vediamo; essendo una delle città più importanti del mondo, la ritengo un po’ lo specchio del mondo stesso.

Ketama126, Side Baby e Close Listen portano tre voci molto diverse ma coerenti. Come hai costruito questo incontro? È stato più istinto o visione precisa?

Semplicemente, a tutti e quattro piace questo “viaggio” e queste sonorità che uniscono eleganza e crudità. Creano il tappeto sonoro perfetto per veicolare determinate tematiche che uniscono la bellezza di una città al contrasto con quello che la stessa città, a volte, ti fa vivere.

Hai detto che vuoi restituire al rap la sua anima più cruda. Secondo te, oggi, cosa si è perso davvero nel racconto rap e cosa invece va difeso?

Ho la sensazione che ultimamente, molto spesso, l’immaginario sia fine a se stesso; manca un racconto vero e proprio dietro, come quello che abbiamo voluto fare noi. Vogliamo ridare al rap quella forma di protesta sensata e, soprattutto, sentita: fatta di vita vissuta sulla propria pelle e di introspezione cruda. Che sia tramite un linguaggio forte o un immaginario crudo, questo è ciò che va protetto: il “retropensiero” dietro a un pezzo rap. Le immagini forti fini a se stesse sono immagini inanimate; le parole complesse senza un immaginario rischiano di essere autoreferenziali ed ermetiche. Tupac, prima di essere un rapper, era un pensatore: usava un linguaggio forte e “del popolo” per veicolare un messaggio più complesso. I video, poi, gasavano e rendevano tutto più comprensibile e fruibile. Questo è quello che vogliamo fare e ciò che sentiamo mancare ultimamente nel rap.

Roma nel brano non è solo una città, è quasi un organismo che amplifica tutto: disagio, rabbia, sopravvivenza. Che rapporto hai oggi con la tua città?

Ho esattamente quel rapporto che traspare dalla traccia: amore e odio. Penso valga per tutti i romani e per chi vive la periferia. Sono innamorato del modo di vivere romano, della bellezza che offre e che ispira, della sua luce, delle persone che la vivono e della sua convivialità. È la stessa città che però ti fa sentire abbandonato, non visto. È una città difficile, piena di ostacoli, a volte molto violenta e caotica. L’inquinamento che si percepisce in città è quello che abbiamo dentro, e viceversa.

Lavori spesso come produttore per altri, ma Infami sembra un manifesto molto personale. Quanto di Fudasca c’è in questo brano, anche se non sei tu a rappare?

Moltissimo, e sono contento che si noti. È una sfumatura del modo che abbiamo di vivere che non volevo lasciare non detta; è importante tanto quanto l’amore e la nostalgia. Ho sempre ritenuto fondamentale saper veicolare le varie emozioni senza chiudersi in un personaggio facile da etichettare. Se sono arrabbiato e ne capisco i motivi, voglio poterli esprimere con la musica. Questa sensazione ce l’ho dentro da qualche anno, forse da sempre, e finalmente ho trovato il modo giusto di esprimerla insieme, ovviamente, a chi vive e capisce questa sfumatura della vita.

Dopo un periodo così intenso tra produzioni, collaborazioni internazionali e festival, senti di essere in una fase di consolidamento o di rottura?

Mi sento molto solido e in linea con quello che faccio e che voglio fare. Sento di riuscire sempre più a essere sincero e diretto nel trasformare ciò che sento nella musica che ne ricavo. Ho fatto un lungo percorso con me stesso e in terapia per capire come liberarmi di alcune zavorre e non mi sono mai sentito così allineato. I momenti di rottura ci sono sempre, ma sono crepe positive per guardarci dentro e ricavarne qualcosa di bello.

Se Infami è l’incipit di un’analisi più profonda, che tipo di storie senti il bisogno di raccontare adesso, e che tappeto sonoro immagini per il prossimo capitolo?

Come dicevo, sento il bisogno, quasi come un antropologo, di raccontare quello che vivo e che vedo. Voglio toccare con mano sensazioni e ambienti, scavare in quello che ho passato e vedere se qualcuno ci si rispecchia, senza pretese. Voglio raccontare tutto ciò che per me è significativo nella vita: la strada, l’amore, la morte, la genitorialità, il lavoro, i figli, eccetera. La differenza, secondo me, non la fa tanto l’argomento, ma il modo in cui lo si tratta. Questo disco a cui sto lavorando nasce dalla necessità di parlare alle persone in modo diretto, dalla rabbia di non sentirsi rappresentati da quasi nulla di ciò che l’arte propone oggi. L’arte ha smesso di essere “per il popolo”: quando diventa comprensibile per pochi, in realtà non lo è per nessuno. L’arte deve ricominciare a essere quella dei bar, dei pranzi in famiglia, del degrado urbano, del vecchio sconosciuto che ti dà la “dritta” fuori da un’osteria. Manca l’arte fatta dalle persone per le persone, ed è questo che voglio rimettere in discussione.

Il tuo suono spesso accompagna storie dure, fragili, scomode. Ti senti più a tuo agio nel raccontare il buio degli altri o il tuo?

Entrambe le cose, anche perché spesso ci si influenza a vicenda. Finisci in studio con persone affini, con vissuti simili e, sebbene le sfumature siano diverse, la radice molto spesso è la stessa. Quello che non può mancare in ogni cosa a cui lavoro è la sincerità di guardarsi dentro. È quello che ripeto sempre, a me in primis e alla persona con cui sto lavorando: solo così le persone possono sentirsi parte di ciò che si crea.

A breve sarai ospite a Sanremo con Tredici Pietro: che significato ha per te salire su quel palco come parte di un percorso condiviso?

È un sogno che si avvera. Sia per la storia di quel palco e per il legame culturale che ha con l’Italia e l’italiano, sia perché è un traguardo quasi “sportivo” della squadra che si è formata con Pietro. Ci siamo conosciuti tutti in un momento abbastanza difficile delle nostre vite; ci siamo uniti e, come nelle più belle favole sportive, siamo risaliti con sudore e passione nella posizione che meritiamo.