Trigno racconta l’amore imperfetto di “Parcheggio a ore”

L’amore non è sempre una scena da film, e le amicizie non sono sempre un rifugio sicuro. In “Parcheggio a ore”, Trigno sceglie di raccontare le relazioni nella loro forma più scomoda e reale: incontri nascosti, promesse non dette, legami che durano il tempo di una sosta notturna.

Ambientato simbolicamente in un parcheggio a ore, luogo di passaggio per definizione, il brano mette in scena un amore provvisorio e un’amicizia tradita, fotografando una generazione che fatica a trovare stabilità ma continua ostinatamente a cercare autenticità. Con una scrittura diretta, priva di filtri e metafore rassicuranti, Trigno conferma la sua capacità di trasformare fragilità personali in racconto collettivo.

Dopo il singolo “Ragazzina” e il doppio sold out dei live di Milano e Roma, arrivati a seguito della partecipazione ad Amici 24, “Parcheggio a ore” inaugura il 2026 come un nuovo tassello di un percorso artistico sempre più consapevole. In occasione dell’uscita del brano, noi di KULT Magazine abbiamo avuto l’occasione di parlarne con lui.

Intervista a Trigno

“Parcheggio a ore” racconta un amore scomodo, nascosto, quasi provvisorio. Ti senti più a tuo agio nelle relazioni che non promettono niente o in quelle che chiedono tutto?
In amore le uniche promesse che contano sono quelle fatte a se stessi. Non esistono istruzioni: per me contano di più i piccoli gesti rispetto ai grandi discorsi.

Nel brano c’è anche un’amicizia tradita. Fa più male perdere una persona che ami o scoprire che qualcuno non era l’amico che pensavi?
Mio padre mi ha sempre detto che gli amici ti salvano la vita. Io penso che l’amore sia complementare alle amicizie e viceversa. Non riuscirei ad amare una persona che non reputo anche un’amica. Alla fine sono i valori a tenere insieme tutto, e infrangerli fa male a prescindere dal tipo di rapporto.

Scrivi spesso in modo molto diretto, senza troppe protezioni. Questo ti fa sentire più libero o più esposto?
Per me è una forma di libertà. Sentirmi più esposto non mi disincentiva, anzi: mi aiuta a vedere le cose in modo più chiaro. E poi è gratificante sapere che qualcuno condivide la tua verità così com’è, per come arriva.

Dal periodo prima di Amici a oggi, cosa senti di aver perso e cosa invece di aver guadagnato?
Ho perso alcune brutte abitudini, ma mi porto dietro la stessa voglia frenetica di farmi sentire – o meglio, di farmi ascoltare. Oggi mi sento più strutturato, con più responsabilità, ma anche con la stessa spensieratezza di sempre, arricchita da qualche sorriso in più.

“Ragazzina” e “Parcheggio a ore” sembrano due capitoli diversi dello stesso racconto generazionale. Crescendo cambia di più il modo in cui ami o il modo in cui racconti l’amore?
Secondo me non si smette mai di cambiare. In amore ci si sceglie ogni giorno ed è anche un gioco di compromessi. Se ami davvero qualcuno, devi essere disposto a cambiare qualcosa di te o del modo in cui ami.

Se dovessi scegliere: romantico deluso o disilluso che spera ancora?
Sono un inguaribile romantico. Per me vale sempre il detto: la speranza è l’ultima a morire.

Il parcheggio è un luogo di passaggio. Ti senti anche tu in una fase di transizione o stai iniziando a mettere radici?
È il sesto anno che vivo fuori casa, quindi sì, sono in una lunga fase di passaggio. In fondo ho scelto questa vita. Le radici le sto mettendo piano piano nella musica e nelle relazioni, che non hanno un luogo fisso: fluttuano nell’aria.

Guardando ai tuoi primi brani, ti riconosci ancora in quel Trigno lì?
Mi sento un’altra persona. A volte riascolto i primi lavori e quasi non mi riconosco più, ma fa parte della crescita. Devo molto a quel Pietro che scriveva senza prendere fiato.