Asteria, il nuovo album “Ferite per tutti”

Con Ferite per tutti, Asteria apre una nuova fase del suo percorso artistico. Il secondo album, disponibile dal 30 gennaio per Double Trouble Club/Island Records/Universal Music Italia, sposta lo sguardo dall’identità individuale alle relazioni, trasformando la scrittura in uno spazio emotivo condiviso.

Undici tracce essenziali e dirette che attraversano senso di colpa, adolescenza, amore e insicurezze generazionali, costruite attorno a un’idea precisa: nessuna esperienza è davvero isolata. Le emozioni si propagano tra le persone, lasciando segni e modificando continuamente gli equilibri emotivi. Un approccio influenzato anche dal suo percorso di studi in psicologia, che nel disco si traduce in una riflessione profonda sull’empatia e sui cosiddetti neuroni specchio.

Noi di Kult Magazine abbiamo avuto l’occasione di intervistarla per entrare più a fondo nell’immaginario di Ferite per tutti, tra scrittura istintiva, fragilità condivise e una generazione sempre più consapevole ma ancora alla ricerca di equilibrio.

Nel disco parli di empatia e di neuroni specchio: quanto ha influito il tuo percorso di studi in psicologia nella scrittura e nella visione di questo album?

Ha influito tanto, studiare mi ha aperto gli occhi su moltissimi aspetti delle relazioni e dell’emotività. Ho sempre avuto la tendenza ad osservare i comportamenti umani e sono sempre stata affascinata in particolare dall’amore e dalle sue infinite sfumature e dinamiche, ma studiare mi ha insegnato a osservare senza giudicare, a stare dentro le emozioni senza volerle subito razionalizzare o gestire. I neuroni specchio, l’empatia, il modo in cui ci sentiamo continuamente attraversati dagli altri, sono solo alcuni degli aspetti che sono diventati il mio modo di leggere le relazioni. Nel disco questa cosa si sente perché non parlo mai davvero solo di me, parlo di quello che succede tra le persone.

Dici che ogni gesto ha una conseguenza e ogni ferita altera l’equilibrio complessivo. C’è una ferita, personale o osservata, che ha acceso tutto il progetto?
Più che una ferita precisa, è stata l’immagine di me piena di cicatrici a farmi scrivere questo disco, a corpo ancora sofferente. Rendermi conto che spesso il dolore che sentiamo non nasce da un singolo evento, ma da piccole fratture continue, quasi invisibili, che nel tempo cambiano l’equilibrio delle relazioni e ci cambiano dentro. Le ferite possono provocare dolore immediatamente o infettarsi e provocarlo poco alla volta, in maniera sempre più fastidiosa o pericolosa. Ogni gesto, anche minimo, lascia un segno nella vita delle persone che vivranno le sue conseguenze e dovranno gestirlo.

La tracklist è costruita come un viaggio che parte dal senso di colpa. Perché secondo te oggi è un sentimento così centrale, soprattutto nella nostra generazione?

Perché siamo una generazione molto consapevole, sappiamo analizzare tutto, ma facciamo fatica a perdonarci. Il senso di colpa nasce spesso da aspettative altissime, da relazioni complesse, da un continuo confronto con quello che “dovremmo essere” e quello che umanamente siamo. Nel disco parto da lì perché è lì che si aprono le prime ferite: dal litigio e dall’incomunicabilità di mostri che a volte sono troppo grandi per riuscire ad essere contenuti e che spesso non ci permettono di dire, nel modo più efficace, ciò che davvero vogliamo trasmettere all’altro, finendo per lasciarci solo un grande senso di colpa.

In brani come “16 ANNI” e “OCCHI SMERALDO” emerge una dimensione più istintiva e adolescenziale: che ruolo ha l’ingenuità in un disco così consapevole?
L’ingenuità è fondamentale per permettere alla vita di stupirci, nonostante l’esperienza. È la parte più autentica di me: quella che non ha ancora imparato a difendersi ma che se capita in situazioni sa osservare e captare i dettagli con l’attenzione del “fanciullino”. In brani come “16 ANNI” e “OCCHI SMERALDO” volevo proprio lasciare spazio a quella voce più istintuale e meno ragionata, sono due brani che si concentrano molto sulle sensazioni e sulle suggestioni, esattamente come l’amore in adolescenza.

La tua scrittura è molto diretta, essenziale, senza sovrastrutture. È una scelta estetica o una necessità emotiva?
È una necessità emotiva che poi diventa estetica. Quando scrivo, tolgo tutto quello che sento superfluo perché ho bisogno che resti solo un’immagine forte e suggestiva, la verità nuda con un’estetica molto precisa e istantanea. Ho bisogno che i brani nascano da immagini del mio vissuto e poi reinterpretate da chi mi ascolta come se fosse accanto a me nello stesso luogo in cui sono nate. È musica molto diretta perché voglio avvicinare l’ascoltatore a me e al mio vissuto, permettendogli di rispecchiarcisi facilmente.

Parli spesso di presenze e assenze: cosa ti spaventa di più oggi, restare o andare via?
Mi spaventa restare quando sento che qualcosa è già finito, ma mi spaventa anche andare via perché ho sempre paura di potermi perdere qualcosa li secondo dopo essere scappata. È una tensione continua, forse addirittura il motore delle mie emozioni più profonde.

“ECO” richiama l’idea di qualcosa che si propaga, che torna. Ti senti più una persona che assorbe le emozioni altrui o che le irradia?
Assorbo tantissimo. A volte troppo. Però credo che, assorbendo così tanto poi sento il bisogno di restituire, di trasformare quello che ho raccolto in qualcosa che possa appartenere anche agli altri. “ECO” parla di propagazione, sì, ma anche di muri invalicabili in cui il messaggio e il suono rimbalzano perché non possono essere assorbiti da chi ci sta di fronte. Questa è forse la cosa che più mi fa soffrire e a cui ho dedicato un brano così all’apparenza semplice, ma che nasconde tutta la mia insicurezza.

In che modo FERITE PER TUTTI ti ha cambiata rispetto a YACHT CLUB? Cosa hai perso e cosa hai trovato nel passaggio tra i due dischi?
Con YACHT CLUB ero molto più concentrata sull’identità, su chi fossi io. Con FERITE PER TUTTI lo sguardo si è spostato sulle relazioni, su cosa succede quando gli altri entrano nel nostro spazio emotivo. Ed è peculiare il fatto che il primo disco fosse stato scritto molto più in contatto con altri producer e in altri studi, mentre quest’ultimo è stato scritto nella solitudine del mio studio e parla di relazioni umane.

Se chi ascolta questo album potesse portarsi via una sola sensazione, una sola consapevolezza, quale vorresti che fosse?
Che nessuno è mai realmente solo, mai realmente indipendente, anche se lo desidera. Siamo una cosa sola, siamo la storia dell’umanità, nei suoi momenti migliori e peggiori e nessuno si può chiamare fuori. A volte può sembrare una condanna, ma con il mio disco esorto le persone a comprendere la potenza dell’unione e dei rapporti umani positivi.

Se potessi parlare alla versione di te che ha iniziato a scrivere questo disco, cosa le diresti adesso: dopo aver attraversato tutte queste ferite?
Le direi di non avere paura di andare fino in fondo. Che attraversare certe ferite non ti distrugge ma ti rende più consapevole. Direi che a volte penserai che la luce in fondo al tunnel per te non esiste, ma ti sbagli. Quello è il momento di proseguire il lungo e duro cammino perché da qualche parte porterà sempre e, a volte, lo spettacolo varrà davvero la fatica fatta.