Joseph racconta “Metropoli Solitudine”:

Un progetto che prende forma tra urban pop e confessione personale, in cui la città non è solo un ambiente ma una presenza silenziosa, quasi un personaggio. Noi di Kult Magazine abbiamo avuto l’occasione di parlarne con Joseph, entrando dentro le dinamiche emotive e creative che hanno dato vita a Metropoli Solitudine.

In un progetto che nasce dall’isolamento, la città diventa quasi un personaggio silenzioso. Quando hai capito che la solitudine non dipendeva dal luogo ma dallo sguardo con cui lo attraversavi?

In un primo momento pensavo fosse la città, con i suoi ritmi e i suoi contesti, a correre troppo o a essere semplicemente diversa da me e da quello di cui avevo bisogno in quel periodo. Però, in realtà, ho quasi sempre potuto contare sulla presenza dei miei amici qui. I primi momenti difficili sono stati quelli più banali: quando, per un motivo o per un altro, restavo a casa da solo e mi ritrovavo ad attraversare periodi, anche brevi, completamente isolato.
Il punto di svolta è stato quando fuori tutto è tornato alla normalità, ma dentro di me restava qualcosa di rotto. Lì è iniziata una seconda fase, forse la più dolorosa, perché ho iniziato a pensare che fossi io ad autosabotarmi, a distorcere ciò che avevo intorno. E rendermi conto che il problema non era più fuori, ma dentro, è stato difficile.

Nel titolo dell’EP convivono due forze opposte: affollamento e distanza emotiva. Scrivere queste canzoni è stato un modo per abitare meglio quel paradosso o per uscirne?

Entrambe le cose. Ci sono brani che ho scritto per alleggerire quello che sentivo, per sfogarmi — penso all’intro e ad “Amaravoglia”. “Metropoli” invece è stato il pezzo che mi ha sbloccato: essendo un dialogo diretto con la situazione stessa, mi ha permesso di farci pace e, da lì, andare avanti.
I brani che restano — “Fenomenale”, “Nina”, “Cantilene” — sono quasi un riavvolgere il nastro a posteriori. Anche lì c’era il bisogno di comprendere meglio tutto quello che era successo.

C’è un momento preciso in cui l’isolamento ha smesso di essere protezione ed è diventato limite creativo?

Non saprei individuare un momento preciso. Ci sono stati periodi in cui tutto questo si è riflesso anche sulla mia creatività, non tanto mettendomi dei limiti concreti, quanto facendomi sentire meno sicuro dei miei mezzi. Mettendo in dubbio me stesso, ho finito per mettere in dubbio anche le canzoni che scrivevo. Non lo definirei un blocco creativo, piuttosto una fase di sfiducia.

Nella title track la solitudine sembra avere quasi un volto. Quando scrivi, senti di dialogare con una parte di te o con qualcosa che ti osserva dall’esterno?

Il gioco della title track è proprio quello: mettere una parte di me in dialogo con un’altra, come se fosse un’entità esterna. È qualcosa che cerco spesso di fare: espormi, ma allo stesso tempo guardarmi da fuori. È un modo per creare distanza, per comprendermi meglio e, magari, generare empatia negli altri e riceverla indietro.

Parli spesso di uno sguardo duro verso te stesso: pensi che la musica ti abbia insegnato ad accettarti o semplicemente a raccontarti meglio?

Sicuramente la musica mi aiuta a raccontarmi in modo più ordinato e chiaro. Cadono molte censure che in altri contesti restano. Riesco a esprimermi meglio, anche se la mia scrittura rimane immaginifica, non sempre concreta.
Per quanto riguarda l’accettazione, poter raccontarsi attraverso la musica è un privilegio e mi aiuta a convivere con me stesso. Ma l’accettazione totale passa anche da altri percorsi, richiede tempo e un lavoro su di sé a 360 gradi.

Se la solitudine fosse una metropolitana, sarebbe più una corsa all’ultima fermata o un treno che non arriva mai?

Direi che è un treno che non arriva mai. O meglio: è un treno che non vedi arrivare. I treni passano, ma magari sei tu che scegli di non salirci sopra. Nel mio caso è stato così. Poi riapri gli occhi, ti togli le mani dalle orecchie e capisci che i treni continuano a passare.

Le sei tracce dell’EP sembrano pagine di uno stesso diario: hai scritto pensando a un ascoltatore preciso o a una versione futura di te?

Sicuramente a una versione futura di me. Ma, essendo un progetto condiviso e pubblico, è anche un messaggio aperto. Mi auguro che chi lo ascolta possa riconoscersi: se si è sentito così, possa ritrovarcisi; se si sente così ora, possa uscirne; se si sentirà così in futuro, possa ricordarsi che si può scegliere di vivere pienamente, senza chiudersi.

Il tuo percorso parte da una scrittura molto intima ma cresce dentro un’estetica urban pop. Dove senti oggi il confine tra confessione personale e costruzione artistica?

Esistono mille modi diversi di tracciare quel confine. Per quanto mi riguarda, cerco di eliminarlo il più possibile. Sto presentando artisticamente confessioni personali che sono vere. Anche nella costruzione estetica del progetto, insieme a chi lavora con me sul visivo e sulla grafica, cerchiamo sì di essere belli, ma soprattutto veri.

Se dovessi descrivere “Metropoli Solitudine” senza usare la parola “solitudine”, quale sarebbe il primo termine che useresti?

Direi cambiamento. È un progetto scritto in un arco di tempo ampio, in cui sono passato dallo sconforto all’accettazione. Racconta il momento in cui mi sono trasferito a Milano, ho iniziato l’università e ho cambiato vita. È stato un confronto con parti di me che non conoscevo fino in fondo, e con cui ho dovuto imparare a convivere.