KARAKAZ, la frizione come linguaggio: dentro HOMO
Non è un disco conciliante, né tantomeno accomodante. HOMO, il nuovo album di KARAKAZ uscito per Island Records / Universal Music Italia, è un lavoro che rifiuta l’etichetta e sceglie l’attrito. Suoni metallici, stratificazioni abrasive, ciclicità ossessive e deflagrazioni improvvise costruiscono un paesaggio sonoro che guarda tanto all’industrial quanto alla techno e al post-punk, svuotando la forma-canzone tradizionale per ricomporla in qualcosa di più fisico e diretto.
I testi non cercano mediazione: sono claustrofobici, corporali, attraversati da un conflitto costante tra identità individuale e una società percepita come ipocrita e respingente. Non c’è catarsi, non c’è soluzione. C’è una rabbia controllata, una tensione continua tra caos e disciplina. Dopo un periodo di isolamento volontario e un ritorno live che ha segnato una nuova fase del progetto, KARAKAZ mette a fuoco un disco che è insieme sintesi e detonazione.
Noi di Kult Magazine abbiamo parlato con lui per entrare dentro HOMO come fosse una pagina di diario aperta.
Parli spesso di conflitto tra identità e società: oggi ti senti più in guerra con il mondo o con una versione di te stesso che non riconosci più?
Sono agguerrito ma non in guerra, sono in un misto tra rabbia, delusione e una qual specie di lutto interiore.
Sono sempre in lotta con il mio spirito, ma solo con le parti che riconosco.
Hai definito questo disco un atto di frizione. Quando è stata l’ultima volta che hai sentito davvero attrito, anche fuori dalla musica?
Oggi, tutti i giorni.
Mi sembra che ci sia questa ossessione nel far parte di cose che non ci accettano per quello che realmente siamo, solo perché, secondo qualcuno, sono le uniche strade percorribili in questa vita.
Nei tuoi testi la rabbia sembra sempre controllata, mai esplosa davvero. È una scelta estetica o un modo per non perderti completamente dentro quello che scrivi?
Se smettessi di controllarla diventerebbe pericoloso, per me.
C’è una traccia che hai temuto di pubblicare perché troppo fisica o troppo claustrofobica?
No, mai. Più lo sono e più ho voglia di farle sentire a tutti. È il mio modo per esorcizzarmi.
Se dovessi scegliere una traccia di HOMO che rappresenta il tuo punto più fragile e una che rappresenta il tuo lato più feroce, quali sarebbero e perché?
FORTE per la prima, ECLISSI per la seconda.
“2013” guarda indietro: quando torni a quel periodo senti nostalgia o una distanza quasi irreale?
Sento che mi manca quella noia.
Aveva un sapore dolce.
Dopo un periodo di isolamento volontario, tornare a pubblicare è stato più liberatorio o destabilizzante?
Liberatorio è stato suonarlo per la prima volta live.
L’uscita del disco in sé per sé l’ho vissuta in modo strano.
Non sono bravo a gestire i pensieri, ora mi sento forse un po’ più tranquillo.
Nei tuoi brani sembra esserci sempre una tensione tra controllo e caos: quale dei due ti somiglia di più quando non stai facendo musica?
Dipende da come sto in quel momento.
Imprevedibile.
Qual è una cosa che non hai ancora trovato il coraggio di trasformare in suono?
Quasi tutto, per fortuna.
Ho ancora tanto da dire.
Oggi ti senti più “Eclissi” o più “Forte”?
Mi sento come se stessi guardando un’eclissi ad occhio nudo.
