SALOMÉE – “BRUTTO SHOW”: NON PIÙ SPETTATRICE, MA PARTE DELLO SPETTACOLO
Un EP che nasce da un dialogo interiore e diventa racconto generazionale. Salomée attraversa identità, amore, periferie e solitudine con uno sguardo lucido e senza filtri, trasformando la perdita dell’innocenza in linguaggio e scegliendo di non restare più a guardare.
“BRUTTO SHOW” nasce come dialogo tra te oggi e la tua versione bambina. Se potessi sederti davvero davanti a lei, qual è la prima cosa che le diresti senza filtri?
Le direi di non essere solo una spettatrice della sua vita, che il mondo è un paradosso continuo e inevitabilmente sporcherà i suoi bellissimi occhi ma potrebbe anche essere in grado di sorprenderla quando meno se l’aspetta. Le direi di non perdere la speranza e che gli sbagli fanno parte del processo, senza sbaglio non c’è crescita. Le direi di vivere in modo che la sua vita valga la pena di essere raccontata.
C’è una ferita che senti di aver trasformato in linguaggio dentro questo EP? E in quale brano si sente di più?
La ferita che ho trasformato in linguaggio in questo EP è quella che nasce quando perdi l’innocenza e inizi a vedere il mondo per quello che è davvero. BRUTTO SHOW parte proprio da lì, da quella tensione tra la me bambina e la consapevolezza di oggi. Quando si è piccoli si vede il mondo come un luogo meraviglioso, poi crescendo ti scontri con il caos, con le ingiustizie, con certe realtà della vita e ti senti impotente. È un dialogo che ho sentito necessario, quasi urgente. Ho cercato di tradurre quella paura e quella fragilità in parole per capirle e per proteggere quella me più piccola. Il brano in cui questa ferita si sente di più è sicuramente Brutto Show, perché è quello in cui mi espongo senza filtri.
La tua musica è un ponte tra Africa ed Europa. Ti senti più “in mezzo” o finalmente “intera”?
La mia musica nasce dall’incontro di due mondi, mia mamma è italiana e mio papà camerunese e da entrambi ho ricevuto insegnamenti e influenze che mi hanno formato. Sono nata e cresciuta in Italia ma porto dentro di me anche il bagaglio culturale del Camerun. Per me la completezza sta proprio nel poter unire queste due radici senza sentirmi divisa e senza lasciare che una escluda l’altra.
In “Kirikù” tocchi il tema del colonialismo con una delicatezza rara. Hai mai avuto paura di non essere capita fino in fondo?
Quando ho scritto Kirikù sentivo di parlare di qualcosa di delicato e complesso, il colonialismo e le sue conseguenze, e ho cercato di farlo lasciando che le emozioni e le immagini parlassero da sole. C’è sempre il timore che il messaggio non arrivi fino in fondo, ma credo che la musica abbia il potere di andare oltre le parole. La mia speranza è che chi ascolta possa percepire ciò che c’è dentro a modo suo.
“Altomare” parla di un amore tossico. Quando smettiamo di chiamarlo amore e iniziamo a riconoscerlo per quello che è?
L’amore è un concetto troppo ampio per essere spiegato in poche righe. Spesso è anche una narrazione, un insieme di significati che costruiamo per dare un senso a ciò che viviamo. Finché quella narrazione regge, tendiamo a proteggerla anche quando la realtà si incrina. Il passaggio avviene quando la distanza tra ciò che chiamiamo amore e ciò che viviamo diventa troppo grande per essere ignorata. Quando il sentimento non è più riconoscibile nei gesti, nei tempi, nella cura reciproca ma resta solo nella parola. Riconoscerlo richiede coraggio, perché perdi qualcosa a cui eri legata ma guadagni la possibilità di ricominciare a vivere senza sentirti soffocata.
“Anna nelle banlieue” racconta la periferia senza spettacolarizzarla. Qual è la verità che manca di più oggi nel racconto delle periferie?
Quello che manca è un equilibrio. Spesso vengono raccontate o come luoghi da compatire o come spazi da temere, ma la realtà è molto più complessa. Le periferie sono il risultato di processi politici, economici e urbanistici stratificati nel tempo. Dentro questi contesti esiste anche una ricchezza quotidiana fatta di relazioni, solidarietà e capacità di adattamento. E soprattutto manca il racconto della normalità: la maggior parte delle persone vive vite ordinarie, lavora, studia, cresce figli, ma questa dimensione viene ignorata perché non fa notizia.
Nei tuoi brani c’è sempre una tensione tra durezza e innocenza. Da dove nasce questo sguardo?
Credo venga dal mio modo di guardare la realtà senza giudizio. Anche il dolore, che tanto spaventa, lo sento come un passaggio necessario per capire chi siamo, per esplorare i nostri limiti e trovare la forza di crescere.
“Narciso” parla dell’ego e del bisogno di essere amati. Ti è mai capitato di riconoscere quel Narciso dentro di te?
Sì, mi è capitato. In questa canzone parlo dell’illusione di avere il controllo e di come dietro il bisogno di apparire perfetti si nasconda una grande fragilità. Narciso è qualcuno che cerca di sopravvivere in un mondo fatto più di apparenze che di sostanza, ma dentro si sente vuoto. Narciso sono io quando cerco qualcosa per sentirmi viva, un gesto, un dettaglio da mostrare agli altri per paura di sparire. Credo che tanti di noi conoscano questa pressione.
“Inferno” è forse il brano più vulnerabile del progetto. Che rapporto hai oggi con la solitudine?
Ho un rapporto contraddittorio con la solitudine. Ci sono giorni in cui la cerco perché è uno spazio sincero in cui posso ascoltarmi davvero, è lì che i pensieri prendono forma e riesco a trasformarli in parole. Altri giorni però può diventare un luogo instabile, dove i pensieri si amplificano e mi confondono. Il confine tra riflessione e smarrimento è sottile. Sto ancora imparando a viverla senza farmi sopraffare.
Hai citato Fabrizio De André come ispirazione. Cosa hai preso davvero da lui?
Di De André mi ha colpito soprattutto il modo in cui guardava il mondo. Sono cresciuta ascoltandolo in macchina con mio papà e mi ha lasciato molto. Da lui penso di aver preso il coraggio di raccontare chi resta ai margini. Per questo EP mi sono ispirata anche all’idea di costruire un disco come un racconto, in cui ogni traccia è una storia. Vorrei dare voce a chi spesso resta in silenzio, a chi si sente invisibile.
Il titolo “BRUTTO SHOW” è fortissimo. Quando hai capito che anche tu facevi parte di quello “show”?
Non c’è stato un momento preciso, ma una lenta disillusione. Crescendo le maschere cadono e ti ritrovi davanti a qualcosa di meno rassicurante. Le ingiustizie, i compromessi, la solitudine si accumulano. A un certo punto ho capito che non stavo solo guardando questo “brutto show”, ma che ne facevo parte anche io. Nei compromessi che accetto, nei silenzi, nelle volte in cui mi adatto. La vera sfida è decidere che ruolo vuoi avere dentro tutto questo.
Nell’artwork sei circondata da maschere. Qual è stata la più difficile da togliere?
Sono una persona molto timida, ma quando canto o registro un video mi trasformo completamente. È come se emergesse una versione di me più libera e sicura. Sto cercando di portare quella sicurezza anche nella vita di tutti i giorni, non solo sul palco.
Sei stata scelta come volto di Fresh Finds Italia. Ti senti pronta a essere vista davvero?
Sì e no. La musica nasce da un’urgenza sincera di esprimermi quindi da una parte mi sento pronta a essere vista. Dall’altra c’è uno spazio più intimo dentro di me che non se la sente ancora di essere esposto. Sto cercando di capire quanto mostrare e quanto tenere per me.
Sei classe 2005, ma la tua scrittura è molto profonda. Da dove nasce questa urgenza?
Non è tanto una questione di età quanto di quanto ti colpiscono certe esperienze. Alcune cose ti costringono a crescere prima. Spesso non riesco a spiegare quello che sento a parole, ma scrivere mi aiuta a mettere a fuoco. L’urgenza nasce dal bisogno di non lasciare tutto bloccato dentro e di dare voce anche a storie che non vengono raccontate.
Se questo EP è un primo capitolo, che tipo di artista pensi diventerai?
Non lo so ancora. Questo è solo l’inizio e voglio restare dentro questo mondo il più possibile, farlo crescere. Non è qualcosa da superare subito, ho ancora tanto da dire. So che ci sarà una crescita e una maggiore consapevolezza, ma è ancora presto per definire chi diventerò.
