Jasley: tra memoria e appartenenza
Con Amami/Odiami, Jasley ha iniziato a raccontare il suo immaginario urbano partendo dai legami nati tra i palazzi, dalle prime notti passate in strada e da quella tensione continua tra chi resta e chi sceglie di andare via. Un brano che mette al centro la periferia come spazio emotivo, fatto di memoria, crescita e fratture.
Questo percorso oggi continua con Popolo, nuovo singolo in cui la narrazione si allarga: dai ricordi individuali si passa a una dimensione collettiva, dove il quartiere diventa voce di una comunità segnata da povertà materiale, famiglie spezzate e desiderio di riscatto.
Noi di Kult Magazine siamo partiti da Amami/Odiami per entrare nel suo mondo, fatto di Via Padova, seconde generazioni e appartenenze multiple.
In Amami/Odiami la città sembra osservare in silenzio più che fare da sfondo. Scrivere questo pezzo è stato un modo per raccontare un luogo preciso o una sensazione universale?
In Amami/Odiami la città non è solo uno sfondo, è quasi un personaggio. Ho dei ricordi molto precisi legati a Via Padova, è lì che sono nate le prime cotte, i primi amori adolescenziali, le prime notti passate in strada fino all’alba.
Però mentre scrivevo non volevo raccontare solo un luogo specifico, ma una sensazione che può appartenere a chiunque: crescere in un quartiere che ti forma, che ti mette alla prova, che ti fa sentire vivo ma che a un certo punto devi anche lasciare.
Via Padova è il mio punto di partenza, ma quello che provo credo sia universale.
Il brano nasce dal contrasto tra chi resta e chi prova ad andarsene: pensi che certe scelte segnino davvero una distanza o che alcune connessioni restino anche quando si cambia direzione?
Secondo me certe scelte segnano una distanza vera, perché quando cambi direzione cambi anche mentalità, abitudini, persone attorno. Non è solo andare via fisicamente, è crescere in modo diverso.
Però alcune connessioni non si spezzano mai davvero. Restano nei ricordi, nei profumi, nelle strade che ti hanno visto diventare quello che sei.
Anche se prendi strade diverse, c’è sempre qualcosa che ti lega a chi eri e a chi è rimasto.
Crescendo, alcune promesse cambiano forma. Scrivere questa canzone è stato un modo per chiudere un capitolo o per lasciarlo aperto?
Non è stata una chiusura, è stato guardare quel capitolo in faccia. Crescendo capisci che certe promesse non spariscono, cambiano forma: alcune restano sospese, altre fanno più male di quanto pensavi.
Scrivere questo pezzo è stato accettare che non tutto ha un finale chiaro. Amami o odiami è questo: o resta qualcosa di forte, o non resta niente. L’indifferenza non esiste.
Nel titolo convivono due estremi emotivi. Ti senti più a tuo agio nel raccontare l’affetto o il conflitto?
Mi sento più a mio agio nel raccontare il conflitto. Sono nata e cresciuta in una casa dove il conflitto faceva parte della quotidianità, quindi per me è un linguaggio che conosco bene.
L’affetto a volte è più silenzioso, più difficile da spiegare. Il conflitto invece è diretto, ti mette davanti alla verità, anche quando fa male.
Forse è per questo che nel titolo convivono due estremi: perché per me amore e scontro sono sempre stati molto vicini.
Via Padova è spesso raccontata dall’esterno: nella tua musica senti di riscriverne la narrazione o semplicemente di mostrarne una prospettiva diversa?
Più che riscriverla, la racconto per come l’ho vissuta.
Via Padova da fuori è un titolo, da dentro è vita vera: caos, lingue diverse, culture che si mischiano, storie che si incrociano.
Io porto la mia prospettiva. Ed è reale.
Essere parte di una seconda generazione significa portare con sé più livelli di appartenenza: quanto questo influisce sul modo in cui costruisci le immagini nelle tue canzoni?
Essere parte di una seconda generazione significa vivere sempre tra due mondi. Io sono nata e cresciuta a Via Padova, ma a casa mia c’era sempre la cultura somala: i profumi, i suoni, le storie.
Questo mi ha insegnato a costruire immagini nelle canzoni che mescolano strade, lingue, odori e ricordi, come se ogni dettaglio avesse più strati.
La mia musica nasce da questo intreccio: non è solo un quartiere, non è solo una cultura, è tutto insieme.
Tra restare e scappare, qual è la scelta che ti mette più in crisi quando scrivi?
Crescendo volevo solo scappare dal quartiere, sentivo il bisogno di andarmene lontano.
Oggi, invece, apprezzo quello che ho lasciato e sono grata di tornare ogni sera a casa, all’amore della mia famiglia.
Scrivere su questo equilibrio tra restare e scappare è ciò che mi mette più in crisi: le due cose convivono e nessuna è mai semplice.
Da Amami/Odiami a Popolo, Jasley continua a costruire un racconto in cui la periferia smette di essere etichetta e diventa archivio emotivo, spazio di memoria e possibilità di riscatto. Un immaginario che parte da Via Padova ma riesce a parlare molto oltre i suoi confini.
