KULT è media partner di Viva! Festival

Il VIVA! Festival di Locorotondo è oggi uno dei poli più interessanti della sperimentazione musicale in Italia: elettronica d’avanguardia, cantautorato contemporaneo e visioni internazionali immersi nella cornice unica della Valle d’Itria. L’edizione 2026, in programma dal 31 luglio al 2 agosto, segna il primo decennale dell’appuntamento musicale e conferma la sua vocazione: portare in Puglia artisti internazionali in esclusiva nazionale, creare esperienze immersive e trasformare borghi e masserie in palcoscenici sonori. Abbiamo parlato con Giuseppe Conte, co-founder di Turnè, società organizzatrice dell’appuntamento annuale.

  1. Quest’anno festeggiate i vostri primi 10 anni. Come celebrerete questo traguardo? Avete introdotto qualche novità?

Vogliamo festeggiare con qualcosa di speciale, portando artisti che mancano dall’Italia da molto tempo o che non sono mai stati al Sud. Siamo riusciti a confermare Darkside e John Glacier in esclusiva nazionale, artisti che raramente si vedono in un festival italiano. Viva! è un contenitore particolare: concentrare tutto in un weekend è complesso, ma è anche ciò che lo rende unico.

  1. Qual è la difficoltà maggiore nell’ingaggiare gli artisti?

Spesso la gente ci chiede il motivo per cui non chiamiamo un determinato artista. In realtà, quasi mai è un problema economico, bensì logistico. La Puglia non è semplicissima da raggiungere spesso e molti musicisti hanno bisogno di voli diretti, di arrivare un giorno prima per le prove. Non sempre è possibile. Per questo spesso lavoriamo su artisti più di nicchia, che magari diventano mainstream in un secondo momento. È ciò che è successo nel 2018 con Liberato, Arca, Sampha… Non abbiamo fatto 20.000 persone, allora erano artisti in rampa di lancio, che oggi richiedono cachet enormi.

  1. Qual è stato l’artista più difficile da avere in line-up?

Ce ne sono diversi. Alcuni li inseguiamo da anni, come Polo & Pan, che saranno dei nostri quest’anno, o Overmono.

  1. Dieci anni fa immaginavate di arrivare fin qui?

Assolutamente no. Siamo nati come un gruppo di amici legati a Locorotondo. All’inizio supportavamo la gestione di un altro festival. Poi abbiamo deciso di creare qualcosa di nostro, insieme agli organizzatori dell’attuale ClubToClub. Il primo obiettivo era arrivare a tre anni. Poi è arrivata la pandemia, ma siamo andati avanti. Dopo cinque anni, ci siamo staccati dal festival torinese e abbiamo iniziato a camminare con le nostre gambe. Questi primi dieci anni sono volati. Mi piacerebbe anche ricordare due figure importanti per il Viva!: Sergio Ricciardone, che ha inventato il nome “Viva”, e Francesco Cerroni, nostro direttore di produzione per tre anni. Entrambi sono venuti a mancare un paio d’anni fa. Questa edizione è dedicata anche a loro.

  1. Perché Locorotondo? È una scelta affettiva o strategica?

È semplicemente casa nostra. Tutto quello che abbiamo fatto è nato qui. Nel 2018 abbiamo provato ad allargarci ad altri paesi della Valle d’Itria, come Martina Franca e Cisternino, ma abbiamo capito che si perdeva l’identità del festival. Viva! è quel palco, quello skyline, quel contesto. Non è un festival da 10.000 persone, il territorio non lo consentirebbe, ma da massimo 5.000. Ed è giusto così.

  1. In un decennio avrete raccolto molti aneddoti. Ce n’è uno che ricordi con affetto?

Uno recente riguarda gli Underworld. Sono arrivati in Puglia un po’ nervosi, ma la nostra hospitality manager li ha portati a cena in un ristorante di Putignano che conosceva. L’accoglienza e la cucina pugliese li ha completamente trasformati: sono arrivati al festival con vibrazioni pazzesche e hanno fatto un concerto incredibile. Alla fine, ci hanno detto che era stato il loro miglior show in Italia. Altre cose che ricordo con simpatia sono alcune strane richieste degli artisti: uno di loro, un po’ di tempo fa, ci chiese sangue animale per il suo show… non sapevo da dove procurarglielo!

  1. Quest’anno in line-up ci sarà anche Prima Stanza a Destra, presente anche in questo numero di Kult. Come nasce questa collaborazione?

Cerchiamo sempre un artista italiano che apra una delle serate e che parli al pubblico under 25. In passato abbiamo avuto Venerus. Con Prima Stanza a Destra avevamo già provato lo scorso anno, ma non era disponibile. Ci piace molto sia musicalmente sia esteticamente: per noi la performance deve avere una sua estetica dentro la cornice di Viva! Aprirà la serata del sabato, quella più internazionale.

  1. C’è un’idea che avete nel cassetto e che non siete ancora riusciti a realizzare?

Vorremmo trasformare la venue in un luogo che ospiti anche altri linguaggi artistici: installazioni, sculture, un palco disegnato da un artista. Ci piacerebbe che Viva! diventasse un’esperienza immersiva. Non l’abbiamo ancora realizzato perché servono partner che coprano i costi. Preferiamo mantenere il prezzo del biglietto accessibile — 40 € circa per 6 live a sera — ma per farlo abbiamo bisogno di sponsor.

  1. Qual è l’emozione ricorrente quando il festival inizia?

Cambia ogni anno. Io sono fatalista: dieci giorni prima guardo ossessivamente le previsioni del tempo. Abbiamo avuto freddo a luglio, temporali alle tre di notte con gente che ballava nel fango. Non abbiamo mai cancellato una serata, ma ci siamo andati vicini. L’emozione più forte è sempre l’alba dell’ultimo concerto: lì scarichi tutta l’adrenalina accumulata in tre giorni.