Random è pronto a tutto, anche ad arrivare Fino alla Luna
Nasce come Emanuele Caso, ma tutti lo conoscono come Random. Classe 2001, faccia da bravo ragazzo, capelli scuri come la notte: l’artista campano non è solo “quello di Chiasso”, ma molto di più. Un musicista con tanta voglia di crescere, esplorare diversi territori e arrivare a un pubblico sempre più ampio. KULT lo ha intervistato per i suoi lettori.
Nell’ultimo post sui tuoi social hai scritto: “7 anni fa usciva Chiasso e a distanza di 7 anni comincio a sentire di nuovo quella fame e quella sensazione”. Di che sentimento parli? Cosa provi ora come allora?
In questo momento della mia vita mi sento una persona che in passato ha toccato un punto molto alto delle proprie aspettative, facendo cose che non immaginava, ma che dopo ha raggiunto anche il più basso. Quell’esperienza mi ha aiutato a riconoscere l’importanza di tutto ciò che stava succedendo e a ricordarmi come mi sentivo quando stavo cercando tutto questo, quando sembrava impossibile. È una sensazione speciale, perché ti mette davanti a una sfida. Fare musica non è scontato: è un dono.
Chiasso è stato un successo enorme. Qual è la cosa più bella che ti ha lasciato, guardandoti oggi?
Mi ha lasciato la consapevolezza che posso davvero rincorrere il mio sogno e rendere felici le persone che amo. Non tanto l’ego di esserci riuscito, quanto l’aver reso felice la mia famiglia. Quando mio nonno dice alla gente “mio nipote è un cantante”, i suoi occhi si illuminano e per me è una soddisfazione enorme. Nella mia famiglia tutti hanno sempre lavorato sodo, quindi avere queste gioie non è scontato. Mi ricorda quanto sia prezioso poter fare questo lavoro e parlare a tante persone.
Parliamo di Fino alla Luna. Da dove nasce? Da un incontro, un sentimento, un desiderio…?
In realtà nasce da una preghiera. Avevo tre giorni di session a Milano per tirare fuori un tormentone. In realtà, non ho un grande rapporto con il concetto di canzone estiva: mi sembra un limite, un dover seguire dei canoni. Ero teso. Sono molto credente e religioso, quindi ho fatto una preghiera chiedendo a Dio di aiutarmi. Il primo giorno è uscita una canzone carina, il secondo una bella ma non convincente. Ho rinnovato la preghiera. La mattina dopo, in studio, in dieci secondi abbiamo capito che quella sarebbe stata la canzone. Nasce dal desiderio di esprimere il mio modo di vedere la vita e dal mio legame con la fede, che mi tiene con i piedi per terra.

Cosa provi quando senti la tua musica in radio o in un locale?
Mi fa sempre un po’ strano, però mi gaso e mi fa piacere. Quando passa in radio sono orgoglioso e felice. Mi imbarazza di più quando sono in un ristorante e parte un mio pezzo: mi sento osservato. Se le persone mi riconoscono e vogliono parlare o fare foto, mi fa piacere. Ma quando sto mangiando e parte una mia canzone, mi sento un po’ in difficoltà.
Nel 2021 hai gareggiato a Sanremo con Torno da te. Ti piacerebbe tornarci?
Sicuramente sì. Non mi precludo nulla. È stata un’esperienza formativa e un grande onore. Sono cambiate tante cose da allora…
C’è un episodio di Sanremo che ricordi con più affetto?
Sì. Ero tesissimo. Il mio manager dell’epoca era un uomo imponente, un vero duro, sempre al mio fianco. Dopo la prima esibizione, ho sentito un peso enorme scendere dal mio corpo e sono scoppiato a piangere, continuando fino al camerino. La gente mi guardava come se fosse successo qualcosa di grave. Era un pianto di liberazione. Arrivato nel camerino, vidi il mio manager piangere in videochiamata con la mia famiglia, che naturalmente piangeva anch’essa. È stato tutto assurdo e stupendo allo stesso tempo.
Musica e moda sono sempre più legate. C’è un brand a cui ti senti affine?
Emanuele veste molto sportivo, quindi ti direi Nike. Ma Random ha uno stile differente. Vado un po’ in contrasto con come “dovrei” vestirmi per la musica che faccio, probabilmente.
Pensi che il tuo genere musicale abbia codici di vestiario precisi?
Per come si pensa oggi, sì. Se fai indie ti immaginano in un certo modo, se fai rap in un altro.
Da bambino sognavi già di diventare cantante?
Il mio primo sogno era fare l’astronauta. Poi ho capito che non volevo intraprendere un percorso di studi così lungo e complesso, allora ho puntato sul calcio, ma non ero forte. A 12 anni ho suonato la batteria per la prima volta e da lì è scattato tutto. Suonavo in chiesa con mio padre: lui cantava e suonava la chitarra, io le percussioni.

E il canto?
È arrivato dopo. Alle medie ho iniziato a fare freestyle, mi sono avvicinato al rap, poi mi sono innamorato di un lato più emotivo della musica. Ho capito che stavo cambiando e la mia musica è cambiata con me.
Ti senti di aver realizzato i tuoi sogni?
Oggi ho la possibilità di realizzarli, ed era il primo step. Anche quando è uscita Chiasso non avevo realizzato il mio sogno, ma ero dentro il progetto di farlo.
Non è bello sentirsi arrivati quando si è troppo giovani, si perde motivazione. Sei d’accordo?
Certo, serve sempre un nuovo traguardo.
Qual è il tuo di prossimo traguardo?
Oggi ho preso la patente, sono molto contento, perché questo era un traguardo. Poi, vorrei portare il mio messaggio a più persone possibile e fare almeno due concerti questo inverno, di cui uno a Milano, come li ho sempre immaginati. Vorrei chiuderli con una canzone liturgica, per mostrare un lato più personale.
Dove ti piacerebbe esibirti?
Non so, non ci ho pensato. Potrei dirti ai Magazzini Generali o all’Alcatraz, ma in realtà preferirei location uniche come chiese sconsacrate, teatri, posti cool, inusuali. Qualcosa che abbia un’anima.
