Monogram o wordmark? Le nuove scelte della moda
Ci sono monogrammi che hanno secoli di storia e altri che sono nati da pochi anni. Alcuni resistono a tendenze, designer e tempo; altri cambiano pelle più volte. C’è chi li crea per passione, chi per necessità identitaria, chi semplicemente intreccia le iniziali del proprio nome.
Per decenni si è pensato che un monogram fosse essenziale: un segno capace di evocare un brand anche senza parole. Lo dimostrano i simboli più iconici della cultura visiva contemporanea, da Carhartt a The North Face, da Chanel a Nike, da Adidas a Under Armour, loghi così semplici da sembrare quasi banali eppure impossibili da immaginare scollegati dal marchio che rappresentano.
E spesso diventano talmente centrali nella storia di una maison da essere celebrati con eventi e lanci speciali. Louis Vuitton, ad esempio, per il 130° anniversario del suo Monogram, ha dedicato una campagna a Zendaya e ad altre icone internazionali, accompagnata da cinque linee esclusive che reinterpretano l’emblema in chiave storica e contemporanea: Monogram, Monogram Origine, Monogram Emblème, VVN & Time Trunk e LV x Murakami.

Sempre più spesso, però, i brand scelgono di ridisegnare il proprio simbolo o di crearne uno per la prima volta, per dare una nuova direzione alla propria estetica. È il caso di Essentiel Antwerp, che dal 15 settembre presenta un Monogram inedito nato dall’incontro tra la E del nome e il (19)99, anno di fondazione del marchio. Un segno che si declina su accessori e capi everyday e che diventerà progressivamente una nuova firma delle collezioni future.

Anche Gianvito Rossi, per oltre un decennio, ha preferito un’identità senza monogram, coerente con la sua filosofia less‑is‑more. Il Ribbon buckle, un fiocco che intreccia le iniziali GR con la leggerezza di uno schizzo a matita, è comparso solo negli ultimi anni, come parte di un’evoluzione verso una comunicazione più riconoscibile. Oggi appare su slingback, pumps e sandali, trasformandosi in una fibbia‑monogram che firma borse e calzature.

C’è poi chi sceglie di fare del proprio nome il proprio simbolo. Ferrari, nella sua linea moda, utilizza sempre più spesso il wordmark esteso, lasciando in secondo piano il Cavallino Rampante. Una scelta che suggerisce la volontà di costruire un’identità fashion autonoma, pur restando fedele all’immaginario della Maison.

Simile è la storia di Trussardi, il cui levriero non è soltanto un logo ma un gesto grafico che attraversa cinquant’anni di moda italiana. Nato nel 1973 come simbolo di eleganza dinamica, nel 2022 si avvolge in un cerchio e si aggiorna in chiave contemporanea. Oggi, però, il levriero lascia spesso spazio al wordmark: una scelta più pulita, essenziale, che racconta la nuova direzione estetica del brand.

In fondo, il monogram è questo: un segno che cambia, ritorna, scompare, si reinventa. Alcuni resistono intatti, altri si trasformano per seguire nuove ambizioni estetiche; altri ancora cedono il passo al nome stesso, quando la maison decide che la propria identità è già abbastanza forte da non aver bisogno di simboli. E forse è proprio questa capacità di mutare senza perdere significato, di distinguersi prendendo diverse strade, di voler apparire originali e unici, a rendere molti marchi del fashion di oggi così affascinanti.
