Quello di Jvli non è il “SOLITO CINEMA”: l’intervista di KULT

di Stefania Albanese

 

Dopo anni dietro le quinte, 34 dischi di platino, 28 dischi d’oro e oltre 1 miliardo di stream globali, JVLI, pseudonimo di Julien Boverod, ha deciso di metterci la faccia. “Solito Cinema” è un album corale che raccoglie dodici brani e un cast di ospiti impressionante, da Fabio Concato a Tommaso Paradiso, da Olly a Enrico Nigiotti, da Elisa a Biagio Antonacci, giusto per citarne qualcuno. Disponibile in versione CD e LP autografato, si tratta di un disco nato quasi per caso, per una serie di incontri, di idee condivise che si trasformano in un progetto unitario. Non è un album di producer, ma un album di relazioni, di mondi che si incastrano naturalmente.

 

Se Solito Cinema fosse un film, quale sarebbe la scena iniziale?
L’incipit potrebbe vedermi in qualche posto sperduto, mentre mi guardo attorno un po’ spaesato. Perché è esattamente quello che mi è appena successo nella vita.

Qual è stato il momento in cui hai capito che questo album non era più solo un progetto tra amici, ma un vero debutto d’autore?
Sto ancora cercando di metterlo a fuoco in realtà. Mi sento talmente a casa con i miei amici che faccio fatica a immaginarlo in un altro modo. Ho la fortuna di condividere questo disco con persone che reputo amici, quindi è un bellissimo viaggio.

Quando hai capito che era il momento di metterci la faccia?
Non c’è stato un momento preciso. Dopo due anni di sessioni con tanti artisti, ho riascoltato tutti i brani accumulati nell’ultimo anno e ho sentito qualcosa che li teneva uniti. Non so se fosse nella scrittura, nella struttura o nel suono, ma lì si è accesa la lampadina: poteva essere un disco.

Hai detto che il disco è nato in modo ingenuo e naturale. Cosa rappresenta oggi l’ingenuità in un’industria così strategica?
Ho la fortuna di fare canzoni con amici e di raccontare cose vere, vissute. Spesso nasce dall’esigenza di tirar fuori qualcosa per noi stessi, più che per dirlo agli altri. L’ingenuità è fare musica senza troppi pensieri. Mi sono reso conto che poteva diventare un album quando era praticamente finito, e forse è questo che rende le canzoni più sincere.

Hai messo insieme artisti di generazioni e mondi molto diversi. Qual è stata la combinazione più sorprendente? C’è un featuring che ha cambiato il senso del brano?
Tutte le canzoni le ho scritte insieme agli artisti, quindi non ci sono stati cambiamenti in corsa. La collaborazione più inaspettata è quella con Fabio Concato: ho rivisitato un suo brano del 2003, Voilà. Per me è un’ispirazione enorme, e il fatto che gli sia piaciuta la mia versione e mi abbia concesso di usarla è stato un privilegio raro. Sono felice che sia lui ad aprire il disco.

Quale artista ti ha fatto uscire dalla tua comfort zone di producer?
Sicuramente TrediciPietro, abbiamo sperimentato entrambi molto nel nostro brano: produzione, scrittura, genere. È stato un territorio nuovo e divertente.

Qual è stato il brano più istintivo e quale il più difficile da chiudere?
Il più istintivo è stato quello con Fulminacci: due chitarre in mano, io e lui, e quello che si sente nel pezzo è ciò che abbiamo fatto il primo giorno. Il più difficile da chiudere è stato quello con Biagio Antonacci, per un senso di responsabilità enorme. L’ho cambiato fino al giorno prima della consegna: volevo che fosse la mia traccia migliore di sempre. Aver potuto lavorare con lui è stato un onore immenso.

Nel disco c’è molta malinconia ma anche leggerezza. Come convivono nella tua scrittura?
Mi ritengo una persona estremamente malinconica, ma non in senso negativo: è un sentimento che mi tiene vivo e mi fa ricordare le cose con felicità. È una forma di leggerezza. Sono felice che questo si senta nelle canzoni.

Aosta, Torino, Sanremo, Milano: come hanno influenzato il tuo modo di fare musica?
Le ho vissute in età diverse, con compagnie diverse. Tutte mi hanno influenzato, artisticamente e umanamente. Cambiare città è stato sempre stimolante: rimettersi in gioco con poche conoscenze ti forma.

Hai iniziato giovanissimo e attraversato molte fasi artistiche. Qual è stata la più formativa?
Proprio il cambiare città. Ogni volta ripartivo da zero, ma con un bagaglio sempre più grande. Milano è stata il salto di qualità, decisiva: una città piena di possibilità e di persone che mi hanno fatto crescere e arrivare dove sono ora.

C’è qualcuno con cui sogni di collaborare e che non compare nel disco?
Col senno di poi mi spiace non aver contattato Brunori Sas. Lo stimo molto, è uno dei migliori oggi. Mi sarebbe piaciuto averlo nel disco, ma spero succeda in futuro.

Qual è la cosa più bella che ti ha detto un artista dopo aver lavorato con te?
Più volte, qualcuno mi ha detto che sembrava ci conoscessimo da una vita. La sintonia in studio non è scontata, e trovarla subito è segno di vite che si assomigliano. Essere riconosciuto come amico dal primo momento è bellissimo.

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
Nessun nuovo progetto in vista: mi sto godendo questo exploit. Tornerò felicemente al mio ruolo di autore e produttore. Mi richiuderò in studio: con Olly, con cui condivido il 90% della mia vita. E poi, naturalmente, ci sarà nuova musica da fare.