Diss Gacha NON E’ SOLO SWAG: l’intervista di KULT
di Stefania Albanese
C’è una generazione che non parla: slanga. E in quell’alfabeto nuovo, veloce, mutante, Diss Gacha è uno dei suoi architetti più riconoscibili. Dal torinese agli Stati Uniti, dalle citazioni della Treccani alle collaborazioni internazionali, ha trasformato la trap in un territorio personale, dove lingua, stile e immaginario diventano un’unica firma. Oggi è uno degli artisti più osservati della scena italiana, capace di muoversi tra moda, cultura pop e ricerca sonora con una naturalezza che sembra anticipare ciò che verrà. In questo dialogo, proviamo a entrare nel suo mondo: progetti, collaborazioni, ispirazioni, futuro.

TOKYO DRIFT sembra costruito su un dualismo molto forte. Quanto ti rappresenta questo contrasto tra eleganza e attitudine più cruda?
Mi rappresenta molto, perché riesco a stare con un piede in entrambe le scarpe. Anche quando sono portatore di un’attitudine più cruda, lo faccio sempre a modo mio: con il mio slang, il mio linguaggio, il mio modo di pormi. Non è mai una crudezza totale. Mi piace fare tante cose diverse: se una cosa si può fare, la facciamo.
Nel brano c’è un immaginario molto globale, tra lusso e riferimenti internazionali. Quanto è importante per te uscire dal concetto di rap italiano? Come ti autodescriveresti?
Mi piace definirmi un appassionato del bello. Tutto ciò che è piacevole alla vista, che ha senso, che mi fa scattare qualcosa, indipendentemente dalla provenienza, mi interessa. Sono cresciuto con la musica americana, quel mondo mi ha formato e continua a stimolarmi. Negli ultimi anni ho viaggiato spesso negli Stati Uniti e questo ha confermato quanto quel posto mi faccia stare bene, tanto da immaginarci un futuro. L’influenza americana è naturale. Ma sono italiano, parlo in italiano, e c’è sempre una parte forte di cultura italiana nel mio modo di fare musica.
Quali sono i tuoi riferimenti americani?
Sono cresciuto con l’ondata del 2016: Lil Baby, Young Thug, tutta quella scena trap. Mi piace molto anche Michael Jackson. E poi Pharrell e l’estetica musicale degli anni 2000. Mi stimolano tante cose diverse, che ascolto e rielaboro in chiave mia.

Hai pubblicato un reel con Giuliano Calza per annunciare l’uscita di NON È SOLO SWAG. Cosa c’è dietro quel contenuto? E questa collaborazione andrà oltre la musica?
Non abbiamo ancora programmato nulla, ma secondo me si approfondirà in modo naturale. Il pezzo con Giuliano nasce dal desiderio di unire musica e moda in modo diverso dal solito. Di solito è la musica che entra nella moda: capsule, sfilate, collaborazioni. Non succede quasi mai il contrario. Con Giuliano mi trovo benissimo, condividiamo principi simili: vedo la mia carriera musicale come la sua carriera nel suo brand. Nessuno, per quanto ne sappia, aveva mai fatto entrare un creativo della moda dentro un disco con un ruolo così importante. Ci conoscevamo già, quindi tutto è nato in modo organico.
Nel progetto parli di evoluzione più che di cambiamento. Cosa hai lasciato indietro e cosa ti porti in questo nuovo capitolo?
Ho lasciato indietro la paura di esprimermi e di cercare me stesso. Cercarsi fa male, è difficile, e spesso lo evitiamo. In questi due anni di lavoro sul disco ho maturato una consapevolezza nuova: voglio fare quello che sento davvero, vestirmi come mi piace, fare la musica che mi rappresenta al 100%, senza pensare a cosa “funziona”. Meno schiavo del sistema, più fedele a me stesso.
Hai un’estetica molto riconoscibile. Quanto è importante oggi per un artista costruire un immaginario oltre la musica? E quali brand senti più vicini a te?
È super importante. Viviamo in un mondo in cui tutto conta: l’arte, il modo in cui ti poni, lo stile. Essere unici è fondamentale. Non devi per forza cercare la diversità, ma non devi avere paura di mostrarla. Anche solo indossare una cravatta può essere un gesto diverso nella scena italiana. Le icone sono tali perché hanno avuto il coraggio di fare qualcosa di diverso. Oltre a GCDS, mi piace molto Marni: la sua estetica mi sta bene addosso. E anche Moschino, perché osa senza paura. L’osare è la loro carta vincente.
Il tuo storytelling sembra diventare sempre più centrale. Senti il bisogno di raccontarti più in profondità rispetto agli inizi?
Sì. Prima avevo paura di parlare col cuore in mano, perché ti rende debole agli occhi degli altri. Ora ho capito che mostrarsi fragili è importante: aiuta a riconoscersi in ciò che si dice. Le problematiche che viviamo sono spesso comuni. Non mi fa più paura scavare dentro me stesso, anzi ora lo cerco.

Nel tuo tour in club, che tipo di esperienza vuoi creare? Più energia o più racconto?
Entrambe. Voglio fare qualcosa che i fan ricorderanno, qualcosa di diverso, che sia davvero mio. I miei live passati sono tappe importanti per la mia fanbase, e voglio potenziare quella sensazione.
In studio sei più da caos creativo o da controllo totale?
Controllo totale. Il caos creativo non mi convince perché spesso porta a mancanza di direzione. Però ammetto che a volte il mio essere troppo centrato meriterebbe un po’ più di caos, più sperimentazione totale. Con questo disco ci sto riuscendo di più. Il mio obiettivo è arrivare al 100%.
C’è una tua vecchia canzone che non ti rappresenta più? E qual è quella a cui sei più legato?
Quelle che non mi rappresentavano le ho già tolte, ma parliamo del periodo 2015–2019, quando la musica era solo un hobby. La canzone che sento più mia è Banda: mi dà carica, mi fa svegliare con voglia, rappresenta la miglior versione di me.
Stai lavorando a un nuovo progetto?
A essere sincero, sto trascorrendo settimane tranquille, ho cose da fare legate alla musica ma che mi permettono di stare fuori dallo studio. Quando ci tornerò, inizierò a lavorare sodo, ma non so ancora a cosa avrò voglia di dedicarmi.
Se qualcuno ti incontra oggi senza sapere chi sei, che immagine pensi di dare?
Mi dicono spesso che sono molto vero: ciò che mostro nella musica è ciò che sono dal vivo. Per me è fondamentale. Non voglio essere quell’idolo che dal vivo delude. Sono educato, presente, dedico tempo ai miei fan. Vorrei continuare così per sempre. Vengo dalla provincia, sono cresciuto con certi valori, e credo che queste cose rimangano.
