L’intervista esclusiva a SAYF

SAYF – cover story

Photo by Doppia A

SAYF è molto più di una promessa. È la voce di una generazione che non chiede permesso. Dopo anni nel sottosuolo e una serie di collaborazioni che l’hanno reso impossibile da ignorare, debutta con Se Dio Vuole, un EP viscerale, diretto, spirituale. È lui la cover story di questo numero di KULT Magazine

C’è una voce, oggi, che ha la forza di far tremare le strutture del rap italiano. È giovane, è tagliente, e arriva da Genova con una lucidità che raramente si incontra nei debutti. Quella voce è di SAYF, artista italo-tunisino classe ’99, protagonista di una scalata che ha il passo di chi non corre per moda, ma per urgenza. Lo avevamo già intuito nei mixtape Sono triste ed Everyday Struggle, lo abbiamo visto esplodere tra il 2023 e il 2024 con una serie di collaborazioni capaci di portare la sua scrittura sotto riflettori che, fino a ieri, sembravano ancora lontani. Ora non lo sono più. Se Dio Vuole non è solo il suo primo EP ufficiale, è un atto di fede e di forza. In bilico tra il peso della realtà e la voglia di elevarsi, SAYF mette in musica il conflitto, il vissuto, la speranza e l’inquietudine. Dentro c’è una visione personale, coraggiosa, che sfugge alle etichette classiche del rap. In studio ci va per spaccare, ma anche per sorridere. Nei suoi testi c’è il quartiere, ma anche la tromba dell’infanzia, l’autoanalisi, l’incontro con Dio. È complesso, eppure diretto. È uno che sta facendo la differenza adesso. Lo abbiamo incontrato per parlarne: tra parole che diventano armi, riferimenti culturali e quell’energia di chi ha appena cominciato ma sa già dove vuole arrivare.

 

Nel tuo EP Se Dio vuole si percepisce un equilibrio tra introspezione e leggerezza. Come riesci a mantenere questo dualismo tra il peso del vissuto e la voglia di divertirti in studio, senza tradire né te stesso né chi ti ascolta?

Secondo me è una conseguenza naturale. Quando vivi determinate esperienze, anche pesanti, poi cerchi quasi automaticamente la leggerezza. Succede nella vita e succede anche nella musica.

Hai iniziato a suonare diversi strumenti da piccolo, tra cui la tromba, e prima di esplorare la scena musicale attuale hai pubblicato due mixtape. Quanto c’è ancora oggi del bambino Sayf nell’artista che sei diventato nel 2025?

C’è tutto. Sì, sì. C’è ancora tanto del bambino che ero, sia nella musica che nella vita. Anche se non è sempre facile rimanergli fedele, provo a farlo.

Hai qualche ricordo particolare dell’infanzia? Magari un rituale o un’abitudine che ti porti ancora dietro?

Non saprei. Penso di essere sempre stato abbastanza semplice. Non ho rituali particolari. Sono così, da sempre.

Il tuo percorso è stato graduale ma costante: dai progetti locali alle collaborazioni con Rove, Disme, 22Simba, fino ad arrivare a nomi come Marco Mengoni e Guè. C’è stato un momento in cui hai capito che la tua musica stava davvero toccando le persone, non solo il pubblico ma anche gli addetti ai lavori della scena?

Non credo ci sia stato un momento preciso. È più qualcosa che si costruisce passo dopo passo. E spero che sia ancora un cammino lungo.

Spesso si pensa che per “spaccare” oggi bastino numeri e hype. Quanto senti il peso delle aspettative, soprattutto ora che sei considerato uno degli artisti emergenti più in vista?

Cerco di non pensarci troppo. Vado dritto, con i paraocchi. Se ti fermi a riflettere troppo su queste cose, rischi di contaminarti e perdere la direzione.

Hai pubblicato molti pezzi, sia da solo sia in collaborazione. È una scelta strategica o è semplicemente il tuo modo di vivere la musica?

Faccio tanta musica, ne produco continuamente. E mi piace che stia in giro, che venga ascoltata. Non avrebbe senso tenerla per me, visto che la faccio proprio per chi ha voglia di ascoltarla.

by Doppia A

Hai mai avuto paura di perdere la tua identità artistica inseguendo le logiche del mercato?

No, perché non seguo il mercato mentre faccio musica. Magari ha senso seguirlo nelle strategie, nella comunicazione, ma non mentre creo. La musica deve rimanere vera.

Cosa pensi della direzione sempre più pop che ha preso il rap negli ultimi anni? Ti ci ritrovi?

In realtà oggi è quasi più pop il rap del pop stesso. A me non dispiace. Ascolto tantissima musica, spesso anche più altro che rap. L’importante è che non diventi troppo “a tavolino”. Mi piacciono le cose spontanee. Ma amo la musica popolare, leggera.

Nella tua musica si sentono tante contaminazioni: dalle melodie alle aperture vocali, fino allo storytelling emotivo. Il tuo processo creativo è guidato da queste scelte o è tutto spontaneo?

No, è molto naturale. Cerco quello che mi piace, e inevitabilmente viene fuori quello che ascolto. Se mi piacciono le sonorità aperte, tendo a farle anch’io. Poi ogni volta è diverso, perché quello che faccio è contaminato dal momento.

Durante lo shooting per questa cover abbiamo ascoltato la tua playlist e abbiamo notato una forte presenza di musica neomelodica, soprattutto napoletana. Quali sono gli artisti di cui non riesci a fare a meno?

Non ho artisti preferiti in senso assoluto. Mi piacciono le canzoni, i mood. Di certi artisti amo una o due tracce, di altri un’infinità. Non mi lego a un solo nome. Però ci sono dei riferimenti forti: Cesária Évora, ad esempio, o Fabrizio De André. E anche Gianni Celeste: di lui mi piacciono sette-otto pezzi. Mi piace scoprire.

Quindi vai molto a sensazioni del momento. Secondo te, qual è oggi il modo migliore per scoprire nuova musica?

Oggi è più facile: basta aprire Spotify, ci sono mille playlist, le radio automatiche… ma il vero strumento è parlare con la gente. Il passaparola è ancora il migliore.

I tuoi live sono molto particolari: jazzati, teatrali, diversi da qualsiasi show rap. Com’è nata questa scelta stilistica?

È nato tutto per caso. Chiudendo Real Talk, con un brano tutto rappato, ci siamo detti: “Le barre le fate tutti, adesso io suono la tromba”. Così l’abbiamo portata anche nei live. Da lì è partito tutto.

Nei prossimi tour continuerai con questa formula?

Sì, nelle date complete con la band sarà presente. Poi, certo, l’idea è sempre quella di sperimentare, aggiungere qualcosa. A Roma, ad esempio, ci siamo strappati i vestiti sul palco: è stato divertente, teatrale. Fa parte dello show. L’intrattenimento conta.

Ti piace quindi la dimensione teatrale?

Sì, mi piace. Funziona e coinvolge il pubblico. Un domani mi piacerebbe portare qualcosa anche più estremo, tipo alla Gaber. Far sentire il pubblico parte dello spettacolo.

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Quali sono i luoghi del cuore per te?

In Tunisia, sicuramente La Goulette, il quartiere di mia zia. Ci vado da sempre. È anche il punto esatto dove arriva la nave da Genova, quindi per me è un legame fortissimo. E poi Santa Margherita, lì c’è il mio cuore.

E invece, parlando di locali, ristoranti o club: hai luoghi a cui sei particolarmente legato?

Forse i posti dove ho lavorato, mi fa piacere tornarci ogni tanto. Ma in generale preferisco le piazze, il mare. Sono cose che mi fanno stare bene.

Il titolo del tuo EP Se Dio vuole richiama fede, speranza, destino. Quanto contano per te questi concetti?

Per me contano tutto. Devi dare il massimo, e poi il resto lo affidi a Dio, o al destino, o a quello in cui credi. Io mi butto, e quando ti butti davvero, la strada si forma sotto i tuoi piedi.

Se dovessi descrivere il tuo mondo – non solo musicale ma anche personale – con tre immagini, quali sceglieresti?

Il sole, il mare e una casa. Tre immagini che per me rappresentano tre tipi diversi di casa. E sì, le vedo tutte nello stesso quadro.

C’è qualcosa che vorresti raccontare di Sayf, magari che non tutti sanno? Un aneddoto, un dettaglio personale.

Così su due piedi è difficile. Mi piace che ognuno si faccia la propria idea ascoltando la mia musica. Poi quando capita di incontrare le persone, parlo volentieri.

Hai un rapporto diretto con chi ti ascolta, quindi.

Sì, anche se non amo troppo la parola “fan”. Preferisco “pubblico”. Se qualcuno si ritrova nelle mie parole, per me è una fortuna. Nella vita di tutti i giorni sono uno che si fa i fatti suoi, però il confronto mi piace. Se capita, lo vivo volentieri.